Jisei no ku – Poesia della morte*   2 comments

arriverà la neve
sul crinale della montagna
senza più ciliegi in fiore –
ricordi di altre primavere
sepolti da incompiuti versi

Eufemia

 

(keiryū ispirato al renraku 連絡 di Arashisei che potete leggere qua)

Prima di morire i giapponesi lasciavano una poesia, “Jisei no ku”. Jisei significa dire l’ultima parola della vita, ku intende le poesie. Di solito erano stile “tanka”, ossia sono composti da 5 sillabe, 7 sillabe, 5 e 7 e 7 sillabe.
Per quanto riguarda i samurai, soprattutto nell’epoca Sengoku (15 -16° secolo), non sapevano quando sarebbero morti, per cui molti samurai preparavano le loro ultime poesie.

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Pubblicato 26 ottobre 2013 da Eufemia Griffo in keiryū

2 risposte a “Jisei no ku – Poesia della morte*

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  1. Versi che commuovono molto anche se è una tradizione

  2. E’ davvero prezioso questo tuo keiryu in versione jisei no ku Eu (e sono lusingato dalla considerazione che hai di quella jisei no ku, che mi è molto cara, ancor più se ti è stata di ispirazione per questo keiryu), mi ha colpito molto l’immagine del nazo no kaze, in cui si instaura una sorta di ciclicità tra il vissuto e il “potrebbe essere” -che è di fatto sia un “sarebbe potuto essere” che un “sarà”, indipendentemente da chi si troverà a viverlo e chi no (questo era il sentimento fondamentale che mi animava in quella stesura insieme ad altri molto nitidi)- e tutto, passato e presente, viene coperto (ma non cancellato) dall’incompiutezza della parola, che come neve che si deposita torna a rendere il mondo una pagina bianca. Il tutto posto in poesia che lascia quella sensazione nostalgica e al tempo meravigliata che è quel che affascina di questa nicchia di poesia giapponese molto particolare, la stessa che si prova nel leggere le ultime di Nagaharu, avevano impressionato anche me quando le ho lette la prima volta.
    Te ne riporto un’altra che mi aveva colpito.

    il gelo ricopre il mio corpo
    l’armatura finale –
    sotterrato in argento

    E’ anonima, non conosco il nome dell’autore, eppure nel leggere questi lasciti si crea sempre una sorta di empatia.
    Mi lascia attonito ogni volta il pensiero di quanto distacco mentale ci voglia per scrivere la propria jisei no ku, distacco totale dal concetto di morte, eppure la presenza, in ognuna di queste poesie, di una sensibilità profonda per ciò che è, e che continuerà ad essere in ogni caso. Penso che per noi, in quest’epoca, ci voglia uno stato emotivo piuttosto particolare per farlo.
    Sto divagando, chiedo perdono. Comunque, non si fosse capito, ho molto apprezzato questo particolare keiryu.
    Andrea Festa (Arashisei)

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