‘ Affidandosi al vento e al cieco rumore del nulla’, un mio racconto pubblicato nella rivista Writers agosto 2017.

‘ Affidandosi al vento e al cieco rumore del nulla’
(storia ispirata al film “The last Mohicans”, del 1992 di Michael Mann. )

alice

Alice non era mai apparsa così bella agli occhi di Uncas, l’uomo che amava. La sua fragile bellezza rubata ad un raggio di sole, aveva ammaliato il cuore di quell’uomo che apparteneva alla Terra degli Avi e che aveva suggellato col sangue, il patto con un mondo che stava sbiadendo dietro ai colpi di carabine.
Alice era cresciuta in pochi attimi, al fiorire della primavera, come un fiore sbocciato all’improvviso all’ombra della gelida neve. Un fiore che si nutriva della luce e dell’amore che aveva incontrato nella selvaggia terra d’America. Si sentiva ancora piccola, a tratti un’infante, mentre ancora stringeva la mano di sua sorella Cora e ricordava come avvolta dalla nebbia, il profumo dei vestiti di sua madre. Per tanto tempo non aveva voluto correre e lo specchio continuava a riflettere l’immagine di un’eterna bambina.

Finché un giorno Cora le disse che sarebbero partite per l’America, in un mondo lontano e sconosciuto, affascinante e selvaggio.

Impaurita, Alice sussurrò in cuor suo “addio” alla vita perfetta che fino ad allora aveva vissuto e prese tra le piccole mani, la sua bambola Charlotte che teneva con sé fin da bambina. La vestì di tutto punto e la pettinò, annondandole il cappellino e facendo un fiocco intorno al suo viso di porcellana.

Poi guardò un’ultima volta la sua stanza e si chiuse dietro la porta e tutta la sua vita.

Ora era là davanti al precipizio, per scegliere se vivere o morire. Sotto di lei c’era il baratro e il nulla, mentre il suo amato Uncas era stato appena ucciso dallo spietato Magua. Uncas era il figlio di Chingachgook, l’ultimo della stirpe dei Mohicani. Non c’era nessun altro dopo di lui e il suo amato figlio, era stato appena ucciso in maniera spietata dal crudele capo degli Uroni.
Alice si era innamorata di lui e non aveva nemmeno potuto viverlo quell’amore, forte, impetuoso come le onde del fiume quando esso tracima e travolge ogni cosa. Quel fiume aveva spazzato via ogni cosa, tutta la sua vita precedente e lei si era scoperta capace di amare, di amare e volare libera tra le braccia forti di Uncas.

Il loro amore era stato breve, troppo breve, come una goccia di pioggia che scivola sul viso per poi solcare la pelle prima di scomparire nel nulla.

Davanti all’atroce morte di Uncas, Alice capì che non le restava altra scelta. Vivere, significava essere schiava di Magua. Morire aveva allora il gusto della libertà.

Guardando la pianura sconfinata e il cielo azzurro e limpido, si rivide un’ultima volta bambina e prese commiato da se stessa. Non aveva paura, non aveva nessun senso averne. Uncas era là ai suoi piedi, una smorfia di sorpresa e dolore impressa nel suo volto, che l’aveva guardata implorante come a chiederle “scusa”, prima di morire.

Ora era là davanti al precipizio, per scegliere se vivere o morire. Sotto di lei c’era il baratro e il nulla.

Prima che Alice lasciasse per sempre quel mondo un tempo perfetto, si accovacciò e strinse la mano di Uncas. In quel gesto così semplice, rimase impigliato per un attimo, quel che gli uomini cercano e non trovano, l’Amore Eterno. Fu solo un attimo e poi Alice scivolò nell’abisso, affidandosi al vento e al cieco rumore del nulla.

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Eufemia Griffo 

( nell’ immagine Alice Munro – Disegno tratto da Pinterest).

 

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Pubblicato 28 agosto 2017 da Eufemia Griffo in racconti, Writers

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