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L’eco cupa del tonfo, ricordando Antonia Pozzi. Menzione d’onore nella categoria saggio letterario, premio “Arte in versi”, Novembre 2018

L’eco cupa del tonfo, ricordando Antonia Pozzi

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Il 13 Febbraio si celebra l’anniversario della nascita di Antonia Pozzi, poetessa milanese morta suicida a soli ventisei anni. La data che segna la fine della sua esistenza è il 3 dicembre 1938. La neve ricopre il manto erboso attorno all’abbazia di Chiaravalle e attutisce ogni rumore; l’eco del suo tonfo le dona quella pace che anelava da tempo. La sua bicicletta si ferma per l’ultima volta costeggiando i campi dell’abbazia di Chiaravalle: questa sarà la sua ultima fermata.

Suonano i passi come morte cose
scagliate dentro un’acqua tranquilla
che in tremulo affanno rifletta
da riva a riva
l’eco cupa del tonfo

Antonia Pozzi scelse di togliersi la vita giovanissima, incapace di vivere in un mondo che non riconosceva essere suo.

Sì, bello morire,
quando la nostra giovinezza arranca
su per la roccia, a conquistare l’alto.

La morte rappresentò per Antonia, quella liberazione che tanto desiderava intimamente fino a cadere in quel vuoto al quale si affidò con chiara consapevolezza.

Un passo indietro
Antonia Pozzi è bionda, minuta e delicata, una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie; accanto a lei ci sono suo padre, l’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola. Nelle fotografie i suoi genitori la guardano sempre con amore e dedizione. Suo nonno Antonio è una persona coltissima nonché un noto storico amante dell’arte e la nonna, Maria (Nena per Antonia) è una donna sensibilissima ed è la figlia di Elisa Grossi figlia di Tommaso. Con Nena, Antonia avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto.
Nel 1922 Antonia si iscrive giovanissima al liceo-ginnasio Manzoni di Milano: si diplomerà nel 1930. Tra i banchi di scuola la Pozzi si innamora del suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, che per primo le mostra la bellezza celata tra le parole e la vita che scorre tra le righe di una penna. La studentessa inizia con Cervi una relazione che definisce in una lettera all’adorata nonna Nena come «una gran fiamma dietro una grata di nervi, un’anima purissima anelante.» Cervi non è fisicamente un uomo attraente ma possiede un’immensa cultura classica. Li accomuna l’amore per il bello, l’arte, la cultura, la poesia e il sapere in generale.
Tuttavia il padre di Antonia osteggia in maniera ferma la relazione col Cervi che viene trasferito a Roma. Questo amore resterà incancellabile dalla sua anima per tutta la sua breve e tormentata vita.

Dopo il bacio – dall’ombra degli olmi
sulla strada uscivamo
per ritornare:
sorridevamo al domani
come bimbi tranquilli.
(L’allodola)

La poesia diventa una lirica straordinaria nonché la sublimazione di un amore impossibile.
A Roma Cervi instaurerà con la sua amata, uno scambio epistolare che si protrarrà fino al 1934.
« Navighiamo a incontrarci» , scrive Antonia in una poesia del 1933 che ha come titolo Ricongiungimento.

Se io capissi
quel che vuole dire
– non vederti più –
credo che la mia vita
qui – finirebbe.

Tuttavia essi non si riuniranno mai più e il trasferimento del docente a Roma, segnerà la fine della loro relazione.
All’inizio degli anni trenta, Antonia si iscrive alla facoltà di lettere della Statale di Milano dove frequenta assiduamente le lezioni di filosofia di Antonio Banfi, entrando nella cerchia dei cosiddetti “banfiani”; è un ambiente culturalmente vivo e stimolante ma che la Pozzi non sente adatto a lei, donna e poetessa sensibile, al punto che un giorno si sente consigliare da Banfi di passare al romanzo storico e da Paci di «scrivere il meno possibile.» Intanto il seme del fascismo sta furiosamente germogliando e le serate alla Scala con sua madre sono oramai un lontano ricordo, giorni in cui la musica penetrava profondamente nel suo cuore e alla stregua delle sue adorate parole, attraversava i meandri della sua anima. Sono memorie lontane, appartenute a un passato cancellato dal dramma dei giorni che scorrevano sul calendario; si celebra la malvagia lussuria della guerra che permea ogni cosa.
Antonia che ha sempre snobbato i salotti borghesi, si ritira tra gli amati monti e scrive le sue poesie più belle. Nella natura selvaggia, tra rocce e gli amati nevai, a cui dedicherà una lirica struggente, Antonia cerca quella bramata pace che metta a tacere il suo tormento interiore e faccia da elemento conciliatore tra lei e il mondo. Antonia tenta di pacificare il suo tormento, instaurando un dialogo tra se stessa e il mondo, respirando le sue ferite nell’aria rarefatta delle cime innevate.

Io sognai nella neve di un’immensa
città di fiori
sepolta –
io fui sui monti
come un irto fiore –
e guardavo le rocce,
gli alti scogli
per i mari del vento –
e cantavo fra me di una remota
estate, che coi suoi amari
rododendri
m’avvampava nel sangue –
(Nevai, 1934)

La montagna è la vita e le parole di Antonia celebrano perfettamente questo suo sentire, un forte legame, un attaccamento unico alla terra. Radici forti che diventano umane, come le emozioni di Antonia che le descrive e da esse si fa prendere e condurre per mano, fino alla vetta più alta.
Lo spirito si esalta fino a entrare in una profonda comunione spirituale con la bellezza dei luoghi che la circondano.
Ma è anche una natura che le fa sentire intensamente gli umani limiti. Antonia vive con disagio la situazione politica e sociale del suo tempo, il cui clima sempre più cupo sembra influenzare progressivamente anche il suo stato d’animo e il suo sguardo sulla vita. Le parole non possono più salvarla e non colmano il vuoto e la malinconia. È una spaccatura troppo netta tra il mondo là fuori, in cui imperversa la guerra e quello che si agita nel suo cuore.

Signore, tu lo vedi
ch’io non ho occhi più
per i tuoi cieli, per le nuvole tue
consolatrici
(Preghiera, 1934)

Pochi mesi prima del suicidio, scrive all’amica Elvira Gandini senza nascondere la sua disillusione, l’incertezza del futuro, la strada in salita: una grande strada bianca. Si sente oramai senza radici:

Anch’io non ho radici
che leghino la mia
vita – alla terra –
anch’io cresco dal fondo
di un lago – colmo
di pianto.
(Ninfee, 1937)

La sua è una corazza vulnerabile che lascia intravedere la sua disperazione mortale, di cui parlerà nel suo biglietto d’addio il 3 dicembre del 1938. La neve riveste di bianco la campagna intorno all’abbazia di Chiaravalle. Antonia abbandona la bicicletta e si siede a pochi metri da una roggia; ha con sé un barattolo di barbiturici che ingoia con una sola sorsata d’acqua e poi si sdraia sulla neve. La trovano ancora viva, ma muore poche ore dopo, ufficialmente per «polmonite», dirà suo padre, che tenterà a lungo di coprire lo scandalo del suicidio, attribuendo la sua scomparsa a una polmonite ed evitando di far trapelare per molto tempo le sue opere, oggi per fortuna quasi tutte edite.

Esita l’ultima luce
fra le dita congiunte dei pioppi –
l’ombra trema di freddo e d’attesa
dietro di noi
e lenta muove intorno le braccia
per farci più soli –
(Presagio, novembre 1930)

Ad Antonia Pozzi è stato dedicato un film nel 2009 Poesia che mi guardi, della regista Marina Spada, impreziosito da immagini d’epoca della Pozzi tratte dai filmati di famiglia.
La Pozzi è sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo.

Nell’immagine, uno scatto tratto dal film “Antonia”

Pubblicato 21 gennaio 2019 da Eufemia Griffo in Antonia Pozzi, articoli, premi, Premiazioni, Senza categoria