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Antonia Pozzi, “L’eco cupa del tonfo”. Un mio articolo apparso su “Occhi di Argo” nell’ambito della mia rubrica dedicata alla poesia “Delle rose e di altri inverni”.   Leave a comment

“Delle rose e di altri inverni”: Antonia Pozzi, l’articolo di Eufemia Griffo

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Ecco l’articolo di Eufemia Griffo dedicato alla poetessa Antonia Pozzi. Ne trovate una sintesi sul Segnalibro del mese di maggio (qui il post dedicato). 

In fondo all’articolo trovate l’immagine della colonna dedicata nel Segnalibro.

L’eco cupa del tonfo

Ricordando Antonia Pozzi

Il 13 Febbraio si celebra l’anniversario della nascita di Antonia Pozzi, poetessa milanese morta suicida a soli ventisei anni. La data che segna la fine della sua esistenza è il 3 dicembre 1938. La neve ricopre il manto erboso attorno all’abbazia di Chiaravalle e attutisce ogni rumore; l’eco del suo tonfo le dona pace, anelata da tempo. La sua bicicletta si ferma per l’ultima volta costeggiando i campi dell’abbazia di Chiaravalle: questa sarà la sua ultima fermata.

Suonano i passi come morte cose

scagliate dentro un’acqua tranquilla

che in tremulo affanno rifletta

da riva a riva

l’eco cupa del tonfo”.

Parlare di Antonia Pozzi è un percorso emozionale che le parole celebrano per restituire alla grande e indimenticabile poetessa milanese, quella fama che in vita non raggiunse. D’altra parte sceglie di togliersi la vita giovanissima, incapace di vivere in un mondo che non le apparteneva e che non riconosceva essere suo.

Sì, bello morire,
quando la nostra giovinezza arranca
su per la roccia, a conquistare l’alto.
Bello cadere, quando nervi e carne,
pazzi di forza, voglion farsi anima;
quando, dal fondo d’una fenditura,
il cielo terso pare un’imparziale
mano che benedica e i picchi, intorno,
quasi obbedienti a una consegna arcana,
vegliano irrigiditi.

La morte è come una liberazione per Antonia, è quel momento che segna il distacco tra quei fili che in vita l’hanno tenuta tanto stretta fino a soffocarla, e quel vuoto al quale lei si affida ora con consapevolezza.

Un passo indietro

Facciamo un passo indietro e parliamo di Antonia Pozzi, ovvero della semplice ragazza che è stata, del suo amore per il suo professore di lettere del liceo, delle sue amate montagne e delle sue poesie così intense e uniche nel genere.

Bionda, minuta e delicata, Antonia è una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie; accanto a lei ci sono suo padre, l’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a Bereguardo. Nelle fotografie i suoi genitori la guardano sempre con amore e dedizione. Suo nonno Antonio è una persona coltissima nonché un noto storico amante dell’arte e versato nel disegno e nell’acquerello. La nonna, Maria, che Antonia chiama “Nena” è una donna sensibilissima ed è la figlia di Elisa Grossi, a sua volta figlia del più famoso Tommaso. Con Nena, Antonia avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto.

Passano gli anni e nel 1922 Antonia si iscrive giovanissima al liceo- ginnasio Manzoni di Milano da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano. Gli anni del liceo segnano per sempre la vita di Antonia. Tra i banchi di scuola, la Pozzi si innamora perdutamente del suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, che per primo le mostra la bellezza celata tra le parole e la vita che scorre tra le righe di una penna.

Antonia inizia con Cervi una relazione che definisce in una lettera all’adorata nonna Nena come «una gran fiamma dietro una grata di nervi, un’anima purissima anelante.» Cervi non è certamente un uomo attraente dal punto di vista meramente fisico, ma ha un’immensa cultura classica e questo è un elemento sufficiente per sedurre il cuore e l’anima di Antonia Pozzi.

La giovanissima allieva non fatica a scoprire che dietro l’ardore e la serietà, nonché la severità del docente, si celano molte affinità tra loro, come l’amore per il bello, l’arte, la cultura, la poesia e il sapere in generale.

Il fascino si tramuta in un amore intenso e allo stesso tempo tragico: Antonia non ha fatto i conti con suo padre che osteggia in maniera ferma e fin dall’inizio la relazione col professore Cervi che viene quindi trasferito a Roma. In realtà questo amore resterà incancellabile dalla sua anima anche quando, forse per colmare il terribile vuoto, si illuderà di altri amori, di altri progetti, nella sua breve e tormentata vita.

L’avvocato Pozzi, di tendenze filo-fascista, non vede di buon occhio il legame tra sua figlia e il docente a cui Antonia inizia a dedicare tante liriche, come questa che segue.

L’allodola

Dopo il bacio – dall’ombra degli olmi

sulla strada uscivamo

per ritornare:

sorridevamo al domani

come bimbi tranquilli.

Le nostre mani

congiunte

componevano una tenace

conchiglia

che custodiva

la pace.

Ed io ero piana

quasi tu fossi un santo

che placa la vana

tempesta e cammina sul lago.

Io ero un immenso

cielo d’estate

all’alba

su sconfinate

distese di grano.

E il mio cuore

una trillante allodola

che misurava

la serenità.

La poesia diventa una lirica straordinaria, bellissima e coinvolgente, nonché la sublimazione di un amore impossibile.

A Roma Cervi instaurerà con la sua amata, uno scambio epistolare che si protrarrà fino al 1934.

« Navighiamo a incontrarci» , scrive Antonia in una poesia del 1933 che ha come titolo «Ricongiungimento» .

Se io capissi
quel che vuole dire
− non vederti più −
credo che la mia vita
qui − finirebbe.

Tuttavia essi non si riuniranno mai più e il trasferimento del docente a Roma, segnerà la fine della loro relazione.

All’inizio degli anni trenta, Antonia si iscrive alla facoltà di lettere della Statale di Milano dove frequenta assiduamente le lezioni di filosofia di Antonio Banfi, entrando nella cerchia dei cosiddetti “banfiani”, tra cui spiccano Vittorio Sereni, Giulio Preti, Remo Cantoni, Alberto Mondadori, Enzo Paci e Luciano Anceschi. Si tratta di un ambiente culturalmente vivo e stimolante ma che la Pozzi non sente adatto a lei, donna e poetessa sensibile, al punto che un giorno si sente consigliare da Banfi di passare al romanzo storico e da Paci di «scrivere il meno possibile.» Ma come si fa a non dare voce alla propria anima, quando le parole ti prendono per mano e ti conducono oltre quella realtà che ti circonda?

Il seme del fascismo sta furiosamente germogliando ed è impossibile rimanere chiusi nelle università quando una guerra oramai imminente, sta per iniziare e il regime tesse la sua propaganda, entrando trionfalmente nelle menti e nei cuori degli italiani.

Antonia ricorda le serate al teatro, in compagnia di sua madre, una donna di famiglia aristocratica, colta e intelligente, ma succube del marito.

Le serate alla Scala sono oramai un lontano ricordo, giorni in cui la musica penetrava profondamente nel suo cuore e alla stregua delle sue adorate parole, attraversava i meandri della sua anima. Sono memorie lontane, appartenute a un passato cancellato dal dramma dei giorni che scorrevano sul calendario; si celebra la lussuria della guerra che permea ogni cosa.

Con Dino Antonia, vagabonda nelle periferie milanesi, annotando quella «miseria [che] durerà per sempre» e che le apre un mondo in netto contrasto con il benessere borghese in cui è nata e per il quale si sente in colpa. Antonia ha sempre snobbato i salotti borghesi preferendo a essi, i campi

della pianura lombarda e la natura incontaminata di Pasturo, un paesino della Valsassina frequentato fin dall’infanzia, tra « tra le mie mamme montagne». È tra gli amati monti che la Pozzi si ritira e scrive le sue poesie più belle. La natura è la sua dimora, è il suo rifugio ideale, è assaporare la gioia dell’infanzia e dimenticare i fantasmi che le si agitano dentro, sempre di più. È malinconia di una vita che non ha vissuto come avrebbe voluto, del ricordo di un amore perduto e mai dimenticato.

Nella natura selvaggia, tra rocce e gli amati nevai, a cui dedicherà una lirica struggente, Antonia cerca quell’agognata pace che metta a tacere il suo tormento interiore e faccia da elemento conciliatore tra lei e il mondo.

In Nevai, del 1934, Antonia tenta di pacificare il suo tormento, aprendo un dialogo tra se stessa e il mondo, respirando le sue ferite nell’aria rarefatta delle cime innevate.

Nevai

Io fui nel giorno alto che vive

oltre gli abeti,

io camminai su campi e monti

di luce –

Traversai laghi morti – ed un segreto

canto mi sussurravano le onde

prigioniere –

passai su bianche rive, chiamando

a nome le genziane

sopite –

Io sognai nella neve di un’immensa

città di fiori

sepolta –

io fui sui monti

come un irto fiore –

e guardavo le rocce,

gli alti scogli

per i mari del vento –

e cantavo fra me di una remota

estate, che coi suoi amari

rododendri

m’avvampava nel sangue –

 La montagna è la vita e le parole di Antonia celebrano perfettamente questo suo sentire. Che siano le montagne prossime a Pasturo, come la Grigna, o quella più alta e più lontana delle Dolomiti, si palesa con esse, un forte legame, un attaccamento unico alla terra. Radici forti che diventano umane, come le emozioni di Antonia che le descrive, si fa prendere per mano e condurre da esse, fino alla vetta più alta delle sue amate montagne.

Lo spirito si esalta fino a entrare in una profonda comunione spirituale con la bellezza dei luoghi che la circondano.

Sulla parete strapiombante, ho scorto
una chiazza rossastra ed ho creduto
che fosse sangue: erano licheni
piatti ed innocui. Ma io ne ho tremato.
Eppure, folle lampo di tripudio…   

Ma è anche una natura che le fa sentire tutta gli umani limiti. Antonia vive con disagio la situazione politica e sociale del suo tempo, il cui clima sempre più cupo sembra influenzare progressivamente anche il suo stato d’animo e il suo sguardo sulla vita. Le parole non possono più salvarla e non colmano il vuoto e la malinconia. È una spaccatura troppo netta tra il mondo là fuori, in cui imperversa la guerra e quello che si agita nel suo cuore.

Preghiera

Signore, tu lo senti

ch’io non ho voce più

per ridire

il tuo canto segreto.

Signore, tu lo vedi

ch’io non ho occhi più

per i tuoi cieli, per le nuvole tue

consolatrici.

Il 15 settembre 1937, pochi mesi prima del suicidio, scrive all’amica Elvira Gandini senza nascondere la sua disillusione, l’incertezza del futuro, la strada in salita, una grande strada bianca. Si sente oramai sdradicata e senza radici:

Ninfee

Anch’io non ho radici

che leghino la mia

vita – alla terra –

anch’io cresco dal fondo

di un lago – colmo

di pianto.

La sua è una corazza vulnerabile che non la protegge più e anzi lascia intravedere la sua disperazione mortale, di cui parlerà nel suo biglietto d’addio, quando il 3 dicembre del 1938 sceglierà di darsi la morte con un flacone di barbiturici.

La neve riveste di bianco la campagna intorno all’abbazia di Chiaravalle. Antonia parcheggia la bicicletta e si siede a pochi metri da una roggia, come in Lombardia chiamano i piccoli corsi d’ acqua che attraversano i campi. Ha con sé un barattolo di barbiturici che ingoia con una sola sorsata d’acqua e poi si sdraia sulla neve. La trovano ancora viva, ma muore poche ore dopo, ufficialmente per «polmonite», dirà suo padre, che tenterà a lungo di coprire lo scandalo del suicidio, attribuendo la sua scomparsa a una polmonite ed evitando di far trapelare per molto tempo le sue opere, oggi quasi tutte edite.

Pudore

Se qualcuna delle mie povere parole

ti piace

e tu me lo dici

sia pur solo con gli occhi

io mi spalanco

in un riso beato

ma tremo come una mamma piccola giovane

che perfino arrossisce

Ad Antonia Pozzi, è stato dedicato un film-documentario del 2009,

«Poesia che mi guardi», della regista Marina Spada, impreziosito da immagini d’epoca della poetessa milanese tratte dai filmati di famiglia.

« Triste orto abbandonato l’anima
si cinge di selvagge siepi
di amori:
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi 
»

(Antonia Pozzi, da Naufraghi, 19 dicembre 1933)

La Pozzi è sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo: il monumento funebre, un Cristo in bronzo, è opera dello scultore Giannino Castiglioni.

Presagio

Esita l’ultima luce

fra le dita congiunte dei pioppi –

l’ombra trema di freddo e d’attesa

dietro di noi

e lenta muove intorno le braccia

per farci più soli –

Cade l’ultima luce

sulle chiome dei tigli –

in cielo le dita dei pioppi

s’inanellano di stelle –

Qualcosa dal cielo discende

verso l’ombra che trema –

qualcosa passa

nella tenebra nostra

come un biancore –

forse qualcosa che ancora

non è –

forse qualcuno che sarà

domani –

forse una creatura

del nostro pianto –

Milano, 15 novembre 1930

Opere di Antonia Pozzi (fonte: Wikipedia)

Tutte le sue opere sono state pubblicate postume. Nelle edizioni più recenti è stata ricostruita la genesi delle sue poesie.

Parole, Milano, Mondadori, 1939, I ed., 91 poesie; 1943, II ed., 157 poesie; 1948, III ed., 159 poesie; 1964, IV ed., 176 poesie, con prefazione di Eugenio Montale.

Flaubert. La formazione letteraria (1830 – 1865), tesi di laurea, con prefazione di Antonio Banfi, Garzanti, 1940.

La vita sognata ed altre poesie inedite, Milano, Scheiwiller, a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, 1986.

Diari, introduzione di O. Dino a cura di O. Dino e A.Cenni, Scheiwiller, 1988.

L’età delle parole è finita. Lettere (1925 – 1938), con prefazione di A. Cenni, Milano, Archinto, 1989.

Parole, con prefazione di Alessandra Cenni, a cura di A. Cenni e O. Dino, Milano, Garzanti, 1989 e 2001.

Pozzi e Sereni. La giovinezza che non trova scampo, a cura di Alessandra Cenni, Milano, Scheiwiller, 1988.

Mentre tu dormi le stagioni passano…, a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, Milano, Viennepierre, 1998.

Poesia, mi confesso con te. Ultime poesie inedite (1929-1933), a cura di Onorina Dino, Viennepierre, 2004.

Nelle immagini l’anima: antologia fotografica, a cura di L. Pellegatta e O. Dino, Milano, Ancora, 2007.

Diari e altri scritti, nuova edizione a cura di Onorina Dino, note ai testi e postfazione di Matteo M. Vecchio, Milano, Viennepierre, 2008

  1. Pozzi – T. Gadenz, Epistolario (1933-1938), a cura di O. Dino, Viennepierre, Milano 2008.

Tutte le opere, a cura di Alessandra Cenni, Garzanti, Milano, 2009.

Poesia che mi guardi, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, Bologna, Luca Sossella Editore, 2010.

Soltanto in sogno. Lettere e fotografie per Dino Formaggio, a cura di Giuseppe Sandrini, Verona, Alba Pratalia, 2011.

Flaubert. La formazione letteraria (1830-1865) , a cura di Alessandra Cenni, Milano, Libri Scheiwiller, 2012.

Lieve offerta, Poesie e Prose, a cura di Alessandra Cenni e Silvio Raffo, Milano, Bietti, 2013.

Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere (1919-1938), a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, Milano, Àncora, 2014.

Nel prato azzurro del cielo, a cura di Teresa Porcella, illustrazioni di Gioia Marchegiani, Firenze, Motta Junior, 2015.

Parole. Tutte le poesie, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, Milano, Àncora, 2015.

Lieve offerta, Poesie e Prose, a cura di Alessandra Cenni e Silvio Raffo (con la biografia di Alessandra Cenni: In riva alla vita), Milano, Bietti, 1ª ed. 2014, 2a ed 2015, ebook 2016.

Dal Segnalibro di maggio.

 

L’articolo orginale si può leggere qua.

http://occhidiargo.blogspot.it/2017/07/delle-rose-e-di-altri-inverni-antonia.html

 

 

La notte di San Giovanni, la notte delle streghe: un articolo di Elisa Bernardinis   Leave a comment

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(immagine dal web)

Notte di San Giovanni: la notte delle streghe.

di Elisa Bernardinis

La notte tra il 23 e il 24 giugno è forse una delle notti più magiche dell’anno. Numerosi sono i riti che si compiono in diverse località italiane, in coincidenza con la celebrazione della nascita di San Giovanni, la maggior parte dei quali affonda le sue storiche radici nelle tradizioni e leggende popolari, nonostante questa festa sia in realtà dedicata a un Santo cristiano. Pare che le sue origini siano antecedenti all’impero romano, provenendo dai popoli primitivi d’Europa. Successivamente questa celebrazione venne dedicata al dio Giano, divinità della tradizione romana, per poi essere cristianizzata e celebrata nel nome del Santo.
In alcune zone e in particolare a San Giovanni in Marignano, delizioso paese nei pressi di Rimini, è considerata la notte delle streghe, in quanto nella notte più corta dell’anno i confini tra i mondi si assottiglierebbero e ogni cosa diventerebbe possibile.
Molto ci sarebbe da dire riguardo alle usanze e credenze popolari che sono giunte, più o meno immutate, di generazione in generazione fino ai giorni nostri, trovando posto anche nella nostra letteratura:
[…Li hanno fatti quest’anno i falò? – chiesi a Cinto.
Noi li facevamo sempre. La notte di S. Giovanni tutta la collina era accesa.
Poca roba, – disse lui. – Lo fanno grosso alla Stazione, ma di qui non si vede. Il Piola dice che una volta ci bruciavano delle fascine.
Chissà perché mai, – dissi, – si fanno questi fuochi.
Si vede che fa bene alle campagne, – disse Cinto, – le ingrassa…]
Cesare Pavese, da “La luna e i falò” – 1949
“Tersa per chiari fuochi
festosi, la notte odora
acre, di sugheri arsi
e di fumo”
Da: San Giovambattista, poesia di Giorgio Caproni
Una particolare usanza che trova luogo non solo in moltissime località della nostra penisola, ma anche in diverse parti d’Europa, è proprio quella dei falò solstiziali: in cima alle colline, vengono accesi i falò purificatori e rigeneranti in onore del sole.
Con questi fuochi, il contadino vuole propiziarsi la benevolenza del sole stesso, essendo giunto al suo apice annuale, perché continui a donare luce sui campi garantendo un buon raccolto e tentando di governare e propiziarsi il favore delle forze che potrebbero invece vanificare ogni fatica.
Allo stesso tempo, si bruciano nel fuoco cose vecchie per tenere lontani spiriti maligni e streghe.
Una tradizione molto simile e in qualche modo legata a quella del Pignarûl. Alcuni di voi forse ricorderanno un mio precedente scritto a riguardo – un’antichissima tradizione del Friuli Venezia Giulia e di alcune zone del Veneto, di origine celtica e legata al culto del dio Belanu, che prevede l’accensione di fuochi in tutto il territorio regionale nella notte del 6 gennaio.
Saltare tre volte le fiamme o correre in mezzo a due falò assicurava un raccolto abbondante, mentre spargerne le ceneri nei campi allontanava i parassiti. Far correre una ruota in fiamme attraverso campi e vigneti, invece, li rendeva feritili. Anche gli animali venivano fatti passare attraverso il fumo dei falò perché ciò li avrebbe mantenuti in buona salute.
Numerosi sono anche i riti legati all’amore: le ragazze lanciavano corone di artemisia attraverso il fuoco e gli innamorati dovevano prenderle, oppure ogni coppia, tenendosi per mano, saltava tre volte attraverso le braci.
Oggi, per via della sempre crescente urbanizzazione, in diverse città i fuochi sono stati sostituiti dai fuochi artificiali.
Nei vari riti legati all’amore e alla festività di San Giovanni, uno in particolare vuole che venga posta una chiara d’uovo in un bicchiere contenente dell’acqua e lasciato sul davanzale tutta la notte, in modo che rimanga esposto alla rugiada. Al mattino, la particolare forma assunta dall’albume ci dirà quale sarà il destino amoroso della fanciulla che ha interrogato la sorte.
Questo è molto simile a un rituale che appartiene alla mia infanzia, giunto nella nostra famiglia tramite mia nonna paterna. Nella notte di San Pietro, tra il 28 e il 29 giugno, si pone una chiara d’uovo in una bottiglia contenente dell’acqua, successivamente collocata all’aperto a impregnarsi di rugiada. Al mattino, potremo vedere all’interno della bottiglia la forma di una barca (più o meno delineata, con tanto di chiglia, alberi e vele) la quale simboleggerebbe la barca del Santo, da cui si dovrebbe poter divinare l’andamento dei raccolti dell’anno in corso.
È dunque la rugiada (l’elemento acqua, contrapposto e complementare all’elemento fuoco) che cade in questa notte ad essere la protagonista di molte usanze legate alla ricorrenza, si ritiene infatti che abbia poteri taumaturgici e protettivi.
Oltre a berla dopo averla raccolta per mezzo di alcuni particolari accorgimenti, si usava bagnare il proprio corpo rotolandosi nell’erba al mattino presto, assicurandosi salute e protezione
Si dice inoltre che raccogliere piante officinali, (in particolare iperico, anche noto come erba di San Giovanni, nocciolo, menta, lavanda e aglio) in questa particolare occasione, realizzando i famosi mazzetti e ponendole tutta la notte a impregnarsi di rugiada, le caricherebbe di ulteriori e potenziati effetti curativi, protettivi se le stesse piante vengono usate per preparare particolari amuleti.
Queste stesse piante, coperte d’acqua e poste all’aperto per tutta la notte, servirebbero alla preparazione dell’acqua di San Giovanni. La speciale preparazione, così caricata dalle influenze positive, si ritiene abbia il potere di donare bellezza, tonicità e vigore, nonché di tenere lontani gli influssi negativi.
Realizzare un mazzetto cogliendo dodici spighe di grano e tenerlo tutto l’anno nella propria casa terrebbe lontane le influenze negative. Il mazzetto, così come quello di erbe andrà bruciato nel falò dell’anno successivo.
Tutto questo lunghissimo (ma spero non noiosissimo) post per dirvi che io invece stanotte raccoglierò le noci, naturalmente bagnate dalla rugiada 😉, per preparare il nocino, delizioso liquore con proprietà curative.
Il fatto che le noci debbano essere raccolte il 23 giugno (quando sono ancora verdi ed è possibile trapassarle con uno spillo, in quanto il mallo non è ancora solidificato) pare sia anch’esso legato a una leggenda, che vuole che tutte le streghe del mondo (a tal proposito si dice che gli aloni, creati dai nembi sottilissimi, che possiamo vedere in cielo dopo il calar del sole siano in realtà le streghe in viaggio) volino in direzione di Benevento, per raccogliersi attorno all’antico noce protagonista di numerose storie più o meno legate a fatti realmente accaduti Si dice che esso ricompaia solamente nella notte tra il 23 e il 24, per permettere alle streghe di celebrare il loro sabba.

Pubblicato 24 giugno 2017 da Eufemia Griffo in articoli, Miti celtici, Senza categoria

Autumn   Leave a comment

aut

Ognissanti, Halloween, amo il profumo delle caldarroste. Lo scoppiettio del fuoco, un senso di calore, di pace, di meditazione. Vorrei essere lì, accanto al camino che brucia la legna con improvvise esplosioni di scintille mentre un ciocco, ormai consumato, crolla dall’alare di ferro per appoggiarsi sulla brace rossastra, esso stesso incandescente e occhieggiante. Intanto si leva un fumo denso dalle castagne che si anneriscono piano piano. La mia mente vaga tra i pensieri, ritrova l’amore, i sogni, il desiderio  e il colore dell’autunno.

Articolo dal web

Dal web http://lareginadelveleno.blogspot.it/2013/10/ognissanti-halloween-amo-il-profumo.html

Pubblicato 1 novembre 2016 da Eufemia Griffo in articoli

Autori in vetrina: Eufemia Griffo, dal blog “Ama no gawa” (articolo scritto da Elisa Allo)   Leave a comment

Buonasera, miei cari amici Haijin!

Oggi vorrei inaugurare un’importante rubrica per il nostro blog: Autori in vetrina.

Inizialmente, avevo pensato di farlo una volta a settimana, ma ripensandoci, forse sarebbe meglio una volta al mese, per dare tempo a tutti di postare. Qualunque cambiamento sarà tempestivamente comunicato.

Ma bando ai convenevoli.

Oggi vorrei presentare una veterana: Eufemia Griffo.

Un’autrice che vanta all’appello quasi 10 anni di onorata carriera da haijin, ma molti di più come scrittrice e poetessa.

Le sue poliedriche capacità artistiche le consentono di spaziare dall’haiku, al tanka, al senryū, al keiryū, al renga, al sedoka, al katauta.

Insegnante della scuola dell’infanzia, mamma affettuosa, amica dolcissima e persona di grande sensibilità, riesce sempre a toccare le giuste corde dell’animo umano con le sue parole.

I suoi scritti sono permeati spesso di una sottile malinconia, altre volte invece emerge la sognatrice. In alcuni scritti la sentiamo romantica, in altri ancora attenta osservatrice della Natura e delle vicende umane.

Per fare qualche esempio:

*

cade una foglia –

una rossa, una gialla

poi un’altra ancora

*

ho tra le mani

lezioni di silenzio

– il cuore tace

*

oltre quel fiume

vedo altre primavere

è ora di andare

*

Solo la  poesia

sarà un volo infinito

verso i miei  sogni

*

Tutti noi la conosciamo perché gestisce da anni il multiblog Memorie di una Geisha, su cui troverete molte più opere. Il suo blog personale è Il fiume scorre ancora.

A questo link, potrete leggere la sua biografia letteraria completa.

Con un click sull’immagine, potrete accedere a tutte gli articoli finora pubblicati su “Ama no gawa”.

Buona Lettura e…

Complimenti, mia cara amica Eufemia!

fly

https://tanzaku.wordpress.com/2016/10/09/autori-in-vetrina-eufemia-griffo/

Pubblicato 10 ottobre 2016 da Eufemia Griffo in articoli, Autori in vetrina

Dal blog “Cinquesettecinque” di Luca Cenisi, il mio articolo sulla Cerimonia del Tè   Leave a comment

Link originale http://cinquesettecinque.com/2014/07/30/la-cerimonia-del-te-o-cha-no-yu-di-eufemia-griffo/#more-880

La cerimonia del tè o “cha no yu”, di Eufemia Griffo

tea«Seduto lontano dal mondo, all’unisono con i ritmi della natura, liberato dai vincoli del mondo materiale e dalle comodità corporali, purificato e sensibile all’essenza sacra di tutto ciò che lo circonda, colui che prepara e beve il tè in contemplazione si avvicina ad uno stadio di sublime serenità.» (Principio di tranquillità del Cha no Yu)

Storia e origine del tè: dalla Cina al Giappone

Il tè è la bevanda più diffusa al mondo, dopo l’acqua ovviamente. È un infuso ricavato dalla foglie della Camelia Sinensis, spesso mescolato con spezie o erbe naturali. Attualmente è una pianta che viene coltivata soprattutto in Giappone, Cina e India.
È difficile datare con precisione l’origine della Cerimonia del Tè, ma quel che e certo e che essa deriva dalla tradizione cinese; la Cina è il luogo più remoto e antico dove è possibile datare i primi usi di questa pianta. Un’antica leggenda narra che il tè fu addirittura scoperto nel 2700 circa a. C. da uno dei tre imperatori della dinastia San Huang.
In un giorno d’estate l’imperatore Shen Nong, si reco in visita presso una regione antica e sperduta del suo impero; per dissetarsi mise dell’acqua a bollire e mentre la preparava, delle foglie secche caddero da un cespuglio nel bollitore dando vita ad una nuova infusione.
Quando l’imperatore assaggio il preparato, lo trovo dissetante, rinfrescante e delizioso. Quel momento dovrebbe mitologicamente segnare la scoperta di questa nuova bevanda. Mitologia a parte, il tè è menzionato per la prima volta nei documenti cinesi intorno all’anno 222. Nel terzo secolo, sotto la dinastia Tang, il tè inizio a diventare talmente popolare che per le sue proprietà rigeneranti, che aiutavano anche a godere di buona salute, fu nominato bevanda nazionale. Tutti i contadini iniziarono a coltivare le piante di tè che venivano poi raccolte, tostate, ridotte in piccoli pezzi e conservate in vasi di porcellana. Per cucinarlo venivano impiegati l’acqua bollente, spezie, cipolla, zenzero o arancio, che venivano aggiunti ai vari infusi per creare variazioni differenti.
Nel 700 circa, Ch’a Ching scrisse il primo libro sul tè, spiegando i metodi di coltivazione e preparazione della bevanda; in seguito questo libro ispirerà i monaci buddhisti Zen in Giappone, che a loro volta lo “adottarono” dando vita a quella che noi oggi chiamiamo Cha No Yu o Cerimonia del Tè. È tra il 960 ed il 1279, durante il dominio della dinastia Song, che il tè fu importato in Giappone dai monaci zen; si racconta che essi trovassero in esso un valido sostegno per la loro vita fatta di estenuanti e difficili pratiche di meditazione.
Il tè in polvere veniva mescolato con semplice acqua e la bevanda così ottenuta, aveva un potere eccitante. Fu il monaco Eisai a portare dalla Cina alcune piante di tè e le relative pratiche di utilizzo; egli lo fece conoscere in Giappone e insegno quelle pratiche che a sua volta aveva appreso e che condussero, poco alla volta, all’attuale cerimonia del cha no yu.
Tuttavia, nel tempo, la Cerimonia perse i suoi connotati spirituali e diventò per gli aristocratici, solo un gioco dove i partecipanti dovevano indovinare l’origine delle foglie di tè che veniva consumato. In questo senso, la cerimonia assunse delle connotazioni ludiche eliminando l’aspetto zen sotteso alla pratica.
La rielaborazione della cerimonia avvenne tra il 1423 ed il 1502 ad opera del monaco zen Murata Shuko che le restituì i suoi aspetti spirituali e le sue connotazioni primarie, ovvero la semplicità e la sobrietà (concetto del wabi-sa).
Nel 1489 Yoshimasa abbandonò la vita politica e dopo essersi trasferito in una specie di villa-tempio (conosciuta col nome di “Padiglione d’argento”), divenne il promotore della cerimonia del tè, facendo diventare il Padiglione d’argento (in giapponese Ginkaku-ji), il luogo di nascita ufficiale del Cha no Yu. Infine fu il maestro Sen No Rikyū a portare avanti l’antica tradizione del tè, organizzando vari incontri che confluivano in veri e propri ricevimenti e che diedero il via alla diffusione dei cosiddetti Maestri del Tè e alle scuole ad essi affidate. A partire da questo momento, il Cha no Yu ( 茶の湯), conosciuto come la Cerimonia del Tè, viene anche chiamato Chado o Sado (茶道, ossia la Via del Tè) e riprende l’antica tradizione zen, basandosi sulla concezione del wabi-cha (侘茶) , ovvero lo stile semplice e sobrio che costituisce il cuore della cerimonia e degli insegnamenti zen. Nel seguire la semplicità e la sobrietà si scorge la vera bellezza di quest’arte, che si va spogliando del suo carattere sontuoso e molto spesso appariscente. Tuttavia essa è intrisa non solo di wabi-cha, ma anche degli altri stati d’animo giapponesi: sabi, aware e yugen. Riguardo alle dottrine e alla spiritualità che hanno ispirato la Cerimonia del tè, si parte dal Taoismo cinese e si termina con lo Zen. Senza lo zen, non sarebbe immaginabile il cha no yu così come è conosciuto. Il Buddhismo Ch’an, che in Giappone si traduce a sua volta in “Zen” e, insieme al Taoismo, la corrente che ha tessuto lo sfondo teorico pratico del Cha no yu; l’attenzione alla vita di tutti i giorni era una caratteristica tanto del taoismo quando del buddhismo cinese, portatori di una forma mentis molto distante da quella del lettore moderno occidentale.

Tipi di tè utilizzati

I giapponesi hanno consumato tè, soprattutto tè verde, per centinaia di anni. Benché si utilizzino diversi tipi di tè, è sempre il tè verde chiamato Matcha, ad essere usato durante la Cerimonia del Cha no yu. Polverizzato e mescolato con dell’acqua calda grazie ad un particolare frullino di bambu (il chasen), il matcha (letteralmente “tè polverizzato”), viene prodotto dai germogli della pianta e per questo, durante la preparazione, esso assume un sapore particolarmente forte.
Oltre al matcha si utilizzano anche l’usucha (te leggero) ed il koicha ( te denso ).

In cosa consiste il Cha no Yu o Chadō o Sadō, (茶道, “Via del tè”)

L’occupazione più complessa a cui i giapponesi si dedicano nel tempo libero è la Cerimonia del Tè. Quella attuale costituisce un momento altamente spirituale che va ben oltre la preparazione di questa bevanda.
La casa del tè si chiama sukiya; in Giappone tale cerimonia si svolge sul pavimento ricoperto di stuoie tatami, in una piccola stanza da tè in cui si entra quasi strisciando attraverso una porticina bassa, dopo aver percorso il cosiddetto “sentiero della rugiada”. Abbassarsi per penetrare in questa stanza e un gesto d’umiltà e allo stesso tempo è un momento che richiama ordine ed equilibrio interiori. Il comportamento assai formale del padrone di casa (vestito col kimono) e dei suoi ospiti, l’uso di argenteria e vasellame, conferiscono a questo rito, un carattere alquanto particolare.
Essendoci diverse scuole, vi sono vari modi di celebrare la cerimonia del tè, ma tutti condividono gli stessi elementi essenziali.
La casa del tè (sukiya) comprende una sala per il tè (chashitsu) e una stanza per la preparazione (mizuya), una sala d’attesa (yoritsuki) e un sentiero (roji) che, attraverso il giardino, porta fino all’ingresso della casa del tè. La casa è generalmente situata in un angolo del giardino particolarmente boscoso. I principali utensili, generalmente dei veri e propri oggetti d’arte, sono la ciotola per il tè (chawan), il contenitore del tè (chaire), il frullino di bambù (chasen) e il mestolo di bambù (chashaku). Coloro che si apprestano al chado, si vestono con colori discreti. Nelle occasioni di grande solennita, gli uomini portano un kimono decorato con lo stemma familiare e le calze bianche tradizionali giapponesi (tabi). Le donne indossano lo stesso abbigliamento. Gli invitati devono portare con se un piccolo ventaglio pieghevole e un pacchetto di fazzolettini di carta (kaishi). All’interno della stanza del tè c’e un tokonoma, cioè una piccola alcova rialzata, con tatami per pavimento, dove solitamente sono appese le pergamene giapponesi, dette emakimono ed una composizione di piante sistemate secondo i concetti dell’ikebana (生花).
Prima di entrare bisogna togliersi le scarpe e l’orologio perché nella stanza del tè, il tempo non esiste più e chi entra si spoglia di esso per entrare in una sorta di spazio sacro ed a-temporale. C’e come la percezione che tutto sia sobrio, elegante e bello nella sua essenzialità. “Tutto non è che Armonia e semplicità, silenzio vivente, serenità”. Si è invitati a fare vuoto in se stessi, abbandonare le turbolenze interiori per aprirsi alla pace e alla serenità.
Nel natsume, ovvero una scatola di in lacca nera finemente decorata, è contenuta la polvere di tè.
Benché sia una cerimonia in cui non entrano né divinità né spiriti, essa ha un che di sacro ma allo stesso tempo, appartiene in toto al nostro mondo terreno. Siamo davanti ad una strana contraddizione: da una parte stiamo celebrando una cerimonia (il cui termine fa pensare a qualcosa di sacro), ma dall’altra manca il contatto con una qualsiasi divinità. Dall’altra c’e una precisa etichetta da seguire, ma contemporaneamente manca qualsiasi accenno ad un’etica religiosa.
La stanza del tè rappresenta il mondo esterno, contrapposto a quello interiore, ed allo stesso tempo un luogo sicuro che permette quel genere di comunicazione intima e profonda che può realizzarsi soltanto tra le mura domestiche. È un luogo in cui ogni distinzione di ceto o barriera di casta vengono temporaneamente sospesi. È uno spazio indefinito, dove si comunica attraverso il linguaggio della gestualità e dei movimenti.
La bevanda del tè, con le sue proprietà mistiche e terapeutiche, diviene il centro della venerazione: il tempo si ferma, lo spazio scompare.

La cerimonia ha inizio in questa maniera: tutti gli invitati si siedono e la persona più importante comincia con il posizionare tutti i vari utensili per preparare il tè. Nel frattempo si rivolge al commensale principale invitandolo con la frase “Okashi wo douzo” a consumare il dolce. Subito dopo gli porge la tazza del tè. L’ospite a questo punto la prende mentre pronuncia la parola “osakini” che non è altro che un modo per scusarsi con gli altri partecipanti alla cerimonia di essere il primo a prendere il tè. A questo punto chiede il permesso di servirsi. Prende la tazza e la gira in modo che la rifinitura sia rivolta verso il teishu ossia “colui che prepara il tè” (亭主).
Quindi inizia a bere piccoli sorsi della bevanda e pulisce il bordo della tazza e la posa davanti a sé. Il taishu riprende la tazza e la lava. La cerimonia poi procede allo stesso modo con tutti gli altri ospiti fino a che tutti non hanno finito di bere il tè.
L’essenza della cerimonia del tè è sintetizzata nel pensiero di Sen no Rikyū: “può accadere che una volta nella tua vita incontri uno sconosciuto e che tu riesca a scorgere in quel momento quella che è tutta la tua verità”. L’idea di fondo è che ogni incontro con un’altra persona è unico e vi e la consapevolezza che potremmo anche non rivedere mai più quella persona e quindi bisogna far sì di non avere rimpianti per come ci si e comportati. Ecco quindi che nel Cha no yu, vale la regola che si può riassumere con questa frase “mi impegnerò al massimo per dimostrarti ospitalità ed eseguire perfettamente questa cerimonia, poiché ogni incontro è unico nella vita, cioè potremmo non rivederci più (e non voglio avere rimpianti per come ho agito in questa occasione)”.

La cerimonia del tè e i cinque elementi

Nella sala da tè possiamo simbolicamente ritrovare la presenza dei cinque elementi, ossia il legno, il fuoco, la terra, il metallo e l’acqua.
Il legno col tokohoma, insieme ai tre piccoli utensili utilizzati per la preparazione del tè: il mestolo dal manico lungo (hishaku), la frusta per battere il tè (chasen) e il cucchiaio per prendere la polvere di tè (chashaku).
Il fuoco (focolare) su cui poggia il bollitore. Esso concentra in se la concezione taoista della perpetua trasformazione della vita in pulsione vita-morte, vale a dire yin-yang, perché il carbone di legna che vi brucia diviene ad un tempo fiamma di vita e cenere.
La terra, ovvero il vaso dell’acqua fredda (mizusashi) è la tazza da tè (chawan).
Il metallo, cioè il bollitore (kama) ed infine l’acqua, calda e fredda, ossia yin e yang; l’acqua si scalda nel bollitore e si trasforma in vapore e scomparendo nell’aria, simbolicamente rappresenta il grande mistero della vita. Per questo gli invitati vanno ad inchinarsi davanti al focolare.

I principi del Cha No Yu

La Cerimonia del Tè si fonda su concetti basilari che ogni maestro del Tè è fondamentale che insegni ai suoi discepoli:

1. wa, ossia il Principio di Armonia (armonia tra le persone e con la natura, armonia degli utensili e la maniera in cui essi vengono usati);
2. kei, il principio del rispetto verso tutte le cose e sincera gratitudine per la loro esistenza;
3. sei, purezza interiore, ma anche pulizia delle cose che ci circondano; è la parte della cerimonia che invita a spazzare dalla stanza ciò che è costituito da vecchie energie e a predisporsi ad accogliere il bello e il nuovo. Anche nella vita, questo e un principio che invita a “spazzare” via i complessi, i vincoli, i dubbi, inutili preoccupazioni e accogliere il bello, l’ordine, l’armonia, la perfezione e la vera essenza della bellezza;
4. jaku, principio di tranquillità e pace della mente, conseguente alla realizzazione dei primi tre principi.

I maestri del tè ed il teismo

Il maestro del tè era un vero artista, o meglio qualcosa di più; egli voleva incarnare l’arte stessa. Questa aspirazione è lo zen dell’estetica. Maestro Rikyū diceva che la perfezione è ovunque se soltanto siamo capaci di accorgerci della sua presenza. Molteplici sono i contributi che i maestri del tè hanno dato all’arte; essi hanno rivoluzionato l’architettura classica, l’arredamento d’interni, inventando stili ben precisi che hanno esercitato un’influenza persino nella costruzione dei palazzi e dei monasteri edificati nel XVI secolo. Si pensi solo che i più celebri giardini giapponesi, furono progettati dai maestri del tè. Molti dei nostri tessuti portano il nome di questi maestri, che ne concepirono i colori e i motivi; anche nella pittura, nell’arte della lacca e della ceramica la loro influenza fu notevole. Lo stesso avvenne per lo stile di vita: avvertiamo la loro influenza non solo negli usi dell’alta società, ma anche in tutti i dettagli della vita quotidiana. Sono loro invenzioni alcuni dei nostri piatti più raffinati, come anche il nostro modo di servire il cibo. Partendo dal tè e dalla concezione di una vita sobria, essenziale e allo stesso tempo intrisa di bellezza, il tè è entrato a far parte della vita della gente.
“Perché il Teismo è l’arte di nascondere la bellezza affinché altri la possano scoprire e di suggerire quello che non si vuole rivelare. Il Teismo è il nobile segreto di saper sorridere interiormente, quietamente e quindi è l’essenza dell’umorismo stesso, il sorriso del filosofo”.
“Solo chi ha vissuto con la bellezza puo morire in bellezza”, e scritto nel libro di Kazuko Okakura dal titolo “Lo zen e la cerimonia del te”.
Gli ultimi istanti della vita dei grandi maestri del tè furono pieni di squisita raffinatezza, cosi come lo era stata la loro stessa esistenza; alla ricerca di un rapporto amoroso col cosmo e col ritmo dell’universo, erano pronti alla fine della vita, ad entrare nell’ignoto.
Il Maestro Rikyū, accusato di tradimento nei confronti di Taiko Toyotomi Hideyoshi, un grande guerriero del suo tempo, fu costretto a suicidarsi. Si racconta che maestro Rikyū, prossimo alla fine, si tolse l’abito da tè e lo piegò su una stuoia, scoprendo cosi la veste immacolata della morte che fino ad allora, aveva conservato e nascosto. Dopo aver offerto a Toyotomi Hideyoshi per l’ultima volta il tè nella sua spoglia ed essenziale chashitsu, si suicidò. Prima di morire scrisse una poesia di addio, secondo l’usanza, e incise queste parole:

“Che tu sia la benvenuta,
Spada dell’Eternità!
Attraverso il Buddha
E attraverso il Dharma
Ti sei aperta la via”.

E con un sorriso il maestro Rikyū entrò nell’ignoto.

Bibliografia e sitografia:
Lo zen e la cerimonia del tè , di Kazuko Okakura;
Il libro del tè, di Kakuzo Okakura;
http://sakuramagazine.com ;
http://ditadinchiostro.blogspot.it ;
http://spazioinwind.libero.it/culturatradizionalegiapponese/cerimoniadelte.htm;
https://it.wikipedia.org/

(Articolo pubblicato su Haijin n° 7 del 29 maggio 2013)

Pubblicato 5 agosto 2014 da Eufemia Griffo in articoli