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Antonia Pozzi, “L’eco cupa del tonfo”. Un mio articolo apparso su “Occhi di Argo” nell’ambito della mia rubrica dedicata alla poesia “Delle rose e di altri inverni”.   Leave a comment

“Delle rose e di altri inverni”: Antonia Pozzi, l’articolo di Eufemia Griffo

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Ecco l’articolo di Eufemia Griffo dedicato alla poetessa Antonia Pozzi. Ne trovate una sintesi sul Segnalibro del mese di maggio (qui il post dedicato). 

In fondo all’articolo trovate l’immagine della colonna dedicata nel Segnalibro.

L’eco cupa del tonfo

Ricordando Antonia Pozzi

Il 13 Febbraio si celebra l’anniversario della nascita di Antonia Pozzi, poetessa milanese morta suicida a soli ventisei anni. La data che segna la fine della sua esistenza è il 3 dicembre 1938. La neve ricopre il manto erboso attorno all’abbazia di Chiaravalle e attutisce ogni rumore; l’eco del suo tonfo le dona pace, anelata da tempo. La sua bicicletta si ferma per l’ultima volta costeggiando i campi dell’abbazia di Chiaravalle: questa sarà la sua ultima fermata.

Suonano i passi come morte cose

scagliate dentro un’acqua tranquilla

che in tremulo affanno rifletta

da riva a riva

l’eco cupa del tonfo”.

Parlare di Antonia Pozzi è un percorso emozionale che le parole celebrano per restituire alla grande e indimenticabile poetessa milanese, quella fama che in vita non raggiunse. D’altra parte sceglie di togliersi la vita giovanissima, incapace di vivere in un mondo che non le apparteneva e che non riconosceva essere suo.

Sì, bello morire,
quando la nostra giovinezza arranca
su per la roccia, a conquistare l’alto.
Bello cadere, quando nervi e carne,
pazzi di forza, voglion farsi anima;
quando, dal fondo d’una fenditura,
il cielo terso pare un’imparziale
mano che benedica e i picchi, intorno,
quasi obbedienti a una consegna arcana,
vegliano irrigiditi.

La morte è come una liberazione per Antonia, è quel momento che segna il distacco tra quei fili che in vita l’hanno tenuta tanto stretta fino a soffocarla, e quel vuoto al quale lei si affida ora con consapevolezza.

Un passo indietro

Facciamo un passo indietro e parliamo di Antonia Pozzi, ovvero della semplice ragazza che è stata, del suo amore per il suo professore di lettere del liceo, delle sue amate montagne e delle sue poesie così intense e uniche nel genere.

Bionda, minuta e delicata, Antonia è una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie; accanto a lei ci sono suo padre, l’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a Bereguardo. Nelle fotografie i suoi genitori la guardano sempre con amore e dedizione. Suo nonno Antonio è una persona coltissima nonché un noto storico amante dell’arte e versato nel disegno e nell’acquerello. La nonna, Maria, che Antonia chiama “Nena” è una donna sensibilissima ed è la figlia di Elisa Grossi, a sua volta figlia del più famoso Tommaso. Con Nena, Antonia avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto.

Passano gli anni e nel 1922 Antonia si iscrive giovanissima al liceo- ginnasio Manzoni di Milano da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano. Gli anni del liceo segnano per sempre la vita di Antonia. Tra i banchi di scuola, la Pozzi si innamora perdutamente del suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, che per primo le mostra la bellezza celata tra le parole e la vita che scorre tra le righe di una penna.

Antonia inizia con Cervi una relazione che definisce in una lettera all’adorata nonna Nena come «una gran fiamma dietro una grata di nervi, un’anima purissima anelante.» Cervi non è certamente un uomo attraente dal punto di vista meramente fisico, ma ha un’immensa cultura classica e questo è un elemento sufficiente per sedurre il cuore e l’anima di Antonia Pozzi.

La giovanissima allieva non fatica a scoprire che dietro l’ardore e la serietà, nonché la severità del docente, si celano molte affinità tra loro, come l’amore per il bello, l’arte, la cultura, la poesia e il sapere in generale.

Il fascino si tramuta in un amore intenso e allo stesso tempo tragico: Antonia non ha fatto i conti con suo padre che osteggia in maniera ferma e fin dall’inizio la relazione col professore Cervi che viene quindi trasferito a Roma. In realtà questo amore resterà incancellabile dalla sua anima anche quando, forse per colmare il terribile vuoto, si illuderà di altri amori, di altri progetti, nella sua breve e tormentata vita.

L’avvocato Pozzi, di tendenze filo-fascista, non vede di buon occhio il legame tra sua figlia e il docente a cui Antonia inizia a dedicare tante liriche, come questa che segue.

L’allodola

Dopo il bacio – dall’ombra degli olmi

sulla strada uscivamo

per ritornare:

sorridevamo al domani

come bimbi tranquilli.

Le nostre mani

congiunte

componevano una tenace

conchiglia

che custodiva

la pace.

Ed io ero piana

quasi tu fossi un santo

che placa la vana

tempesta e cammina sul lago.

Io ero un immenso

cielo d’estate

all’alba

su sconfinate

distese di grano.

E il mio cuore

una trillante allodola

che misurava

la serenità.

La poesia diventa una lirica straordinaria, bellissima e coinvolgente, nonché la sublimazione di un amore impossibile.

A Roma Cervi instaurerà con la sua amata, uno scambio epistolare che si protrarrà fino al 1934.

« Navighiamo a incontrarci» , scrive Antonia in una poesia del 1933 che ha come titolo «Ricongiungimento» .

Se io capissi
quel che vuole dire
− non vederti più −
credo che la mia vita
qui − finirebbe.

Tuttavia essi non si riuniranno mai più e il trasferimento del docente a Roma, segnerà la fine della loro relazione.

All’inizio degli anni trenta, Antonia si iscrive alla facoltà di lettere della Statale di Milano dove frequenta assiduamente le lezioni di filosofia di Antonio Banfi, entrando nella cerchia dei cosiddetti “banfiani”, tra cui spiccano Vittorio Sereni, Giulio Preti, Remo Cantoni, Alberto Mondadori, Enzo Paci e Luciano Anceschi. Si tratta di un ambiente culturalmente vivo e stimolante ma che la Pozzi non sente adatto a lei, donna e poetessa sensibile, al punto che un giorno si sente consigliare da Banfi di passare al romanzo storico e da Paci di «scrivere il meno possibile.» Ma come si fa a non dare voce alla propria anima, quando le parole ti prendono per mano e ti conducono oltre quella realtà che ti circonda?

Il seme del fascismo sta furiosamente germogliando ed è impossibile rimanere chiusi nelle università quando una guerra oramai imminente, sta per iniziare e il regime tesse la sua propaganda, entrando trionfalmente nelle menti e nei cuori degli italiani.

Antonia ricorda le serate al teatro, in compagnia di sua madre, una donna di famiglia aristocratica, colta e intelligente, ma succube del marito.

Le serate alla Scala sono oramai un lontano ricordo, giorni in cui la musica penetrava profondamente nel suo cuore e alla stregua delle sue adorate parole, attraversava i meandri della sua anima. Sono memorie lontane, appartenute a un passato cancellato dal dramma dei giorni che scorrevano sul calendario; si celebra la lussuria della guerra che permea ogni cosa.

Con Dino Antonia, vagabonda nelle periferie milanesi, annotando quella «miseria [che] durerà per sempre» e che le apre un mondo in netto contrasto con il benessere borghese in cui è nata e per il quale si sente in colpa. Antonia ha sempre snobbato i salotti borghesi preferendo a essi, i campi

della pianura lombarda e la natura incontaminata di Pasturo, un paesino della Valsassina frequentato fin dall’infanzia, tra « tra le mie mamme montagne». È tra gli amati monti che la Pozzi si ritira e scrive le sue poesie più belle. La natura è la sua dimora, è il suo rifugio ideale, è assaporare la gioia dell’infanzia e dimenticare i fantasmi che le si agitano dentro, sempre di più. È malinconia di una vita che non ha vissuto come avrebbe voluto, del ricordo di un amore perduto e mai dimenticato.

Nella natura selvaggia, tra rocce e gli amati nevai, a cui dedicherà una lirica struggente, Antonia cerca quell’agognata pace che metta a tacere il suo tormento interiore e faccia da elemento conciliatore tra lei e il mondo.

In Nevai, del 1934, Antonia tenta di pacificare il suo tormento, aprendo un dialogo tra se stessa e il mondo, respirando le sue ferite nell’aria rarefatta delle cime innevate.

Nevai

Io fui nel giorno alto che vive

oltre gli abeti,

io camminai su campi e monti

di luce –

Traversai laghi morti – ed un segreto

canto mi sussurravano le onde

prigioniere –

passai su bianche rive, chiamando

a nome le genziane

sopite –

Io sognai nella neve di un’immensa

città di fiori

sepolta –

io fui sui monti

come un irto fiore –

e guardavo le rocce,

gli alti scogli

per i mari del vento –

e cantavo fra me di una remota

estate, che coi suoi amari

rododendri

m’avvampava nel sangue –

 La montagna è la vita e le parole di Antonia celebrano perfettamente questo suo sentire. Che siano le montagne prossime a Pasturo, come la Grigna, o quella più alta e più lontana delle Dolomiti, si palesa con esse, un forte legame, un attaccamento unico alla terra. Radici forti che diventano umane, come le emozioni di Antonia che le descrive, si fa prendere per mano e condurre da esse, fino alla vetta più alta delle sue amate montagne.

Lo spirito si esalta fino a entrare in una profonda comunione spirituale con la bellezza dei luoghi che la circondano.

Sulla parete strapiombante, ho scorto
una chiazza rossastra ed ho creduto
che fosse sangue: erano licheni
piatti ed innocui. Ma io ne ho tremato.
Eppure, folle lampo di tripudio…   

Ma è anche una natura che le fa sentire tutta gli umani limiti. Antonia vive con disagio la situazione politica e sociale del suo tempo, il cui clima sempre più cupo sembra influenzare progressivamente anche il suo stato d’animo e il suo sguardo sulla vita. Le parole non possono più salvarla e non colmano il vuoto e la malinconia. È una spaccatura troppo netta tra il mondo là fuori, in cui imperversa la guerra e quello che si agita nel suo cuore.

Preghiera

Signore, tu lo senti

ch’io non ho voce più

per ridire

il tuo canto segreto.

Signore, tu lo vedi

ch’io non ho occhi più

per i tuoi cieli, per le nuvole tue

consolatrici.

Il 15 settembre 1937, pochi mesi prima del suicidio, scrive all’amica Elvira Gandini senza nascondere la sua disillusione, l’incertezza del futuro, la strada in salita, una grande strada bianca. Si sente oramai sdradicata e senza radici:

Ninfee

Anch’io non ho radici

che leghino la mia

vita – alla terra –

anch’io cresco dal fondo

di un lago – colmo

di pianto.

La sua è una corazza vulnerabile che non la protegge più e anzi lascia intravedere la sua disperazione mortale, di cui parlerà nel suo biglietto d’addio, quando il 3 dicembre del 1938 sceglierà di darsi la morte con un flacone di barbiturici.

La neve riveste di bianco la campagna intorno all’abbazia di Chiaravalle. Antonia parcheggia la bicicletta e si siede a pochi metri da una roggia, come in Lombardia chiamano i piccoli corsi d’ acqua che attraversano i campi. Ha con sé un barattolo di barbiturici che ingoia con una sola sorsata d’acqua e poi si sdraia sulla neve. La trovano ancora viva, ma muore poche ore dopo, ufficialmente per «polmonite», dirà suo padre, che tenterà a lungo di coprire lo scandalo del suicidio, attribuendo la sua scomparsa a una polmonite ed evitando di far trapelare per molto tempo le sue opere, oggi quasi tutte edite.

Pudore

Se qualcuna delle mie povere parole

ti piace

e tu me lo dici

sia pur solo con gli occhi

io mi spalanco

in un riso beato

ma tremo come una mamma piccola giovane

che perfino arrossisce

Ad Antonia Pozzi, è stato dedicato un film-documentario del 2009,

«Poesia che mi guardi», della regista Marina Spada, impreziosito da immagini d’epoca della poetessa milanese tratte dai filmati di famiglia.

« Triste orto abbandonato l’anima
si cinge di selvagge siepi
di amori:
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi 
»

(Antonia Pozzi, da Naufraghi, 19 dicembre 1933)

La Pozzi è sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo: il monumento funebre, un Cristo in bronzo, è opera dello scultore Giannino Castiglioni.

Presagio

Esita l’ultima luce

fra le dita congiunte dei pioppi –

l’ombra trema di freddo e d’attesa

dietro di noi

e lenta muove intorno le braccia

per farci più soli –

Cade l’ultima luce

sulle chiome dei tigli –

in cielo le dita dei pioppi

s’inanellano di stelle –

Qualcosa dal cielo discende

verso l’ombra che trema –

qualcosa passa

nella tenebra nostra

come un biancore –

forse qualcosa che ancora

non è –

forse qualcuno che sarà

domani –

forse una creatura

del nostro pianto –

Milano, 15 novembre 1930

Opere di Antonia Pozzi (fonte: Wikipedia)

Tutte le sue opere sono state pubblicate postume. Nelle edizioni più recenti è stata ricostruita la genesi delle sue poesie.

Parole, Milano, Mondadori, 1939, I ed., 91 poesie; 1943, II ed., 157 poesie; 1948, III ed., 159 poesie; 1964, IV ed., 176 poesie, con prefazione di Eugenio Montale.

Flaubert. La formazione letteraria (1830 – 1865), tesi di laurea, con prefazione di Antonio Banfi, Garzanti, 1940.

La vita sognata ed altre poesie inedite, Milano, Scheiwiller, a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, 1986.

Diari, introduzione di O. Dino a cura di O. Dino e A.Cenni, Scheiwiller, 1988.

L’età delle parole è finita. Lettere (1925 – 1938), con prefazione di A. Cenni, Milano, Archinto, 1989.

Parole, con prefazione di Alessandra Cenni, a cura di A. Cenni e O. Dino, Milano, Garzanti, 1989 e 2001.

Pozzi e Sereni. La giovinezza che non trova scampo, a cura di Alessandra Cenni, Milano, Scheiwiller, 1988.

Mentre tu dormi le stagioni passano…, a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, Milano, Viennepierre, 1998.

Poesia, mi confesso con te. Ultime poesie inedite (1929-1933), a cura di Onorina Dino, Viennepierre, 2004.

Nelle immagini l’anima: antologia fotografica, a cura di L. Pellegatta e O. Dino, Milano, Ancora, 2007.

Diari e altri scritti, nuova edizione a cura di Onorina Dino, note ai testi e postfazione di Matteo M. Vecchio, Milano, Viennepierre, 2008

  1. Pozzi – T. Gadenz, Epistolario (1933-1938), a cura di O. Dino, Viennepierre, Milano 2008.

Tutte le opere, a cura di Alessandra Cenni, Garzanti, Milano, 2009.

Poesia che mi guardi, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, Bologna, Luca Sossella Editore, 2010.

Soltanto in sogno. Lettere e fotografie per Dino Formaggio, a cura di Giuseppe Sandrini, Verona, Alba Pratalia, 2011.

Flaubert. La formazione letteraria (1830-1865) , a cura di Alessandra Cenni, Milano, Libri Scheiwiller, 2012.

Lieve offerta, Poesie e Prose, a cura di Alessandra Cenni e Silvio Raffo, Milano, Bietti, 2013.

Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere (1919-1938), a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, Milano, Àncora, 2014.

Nel prato azzurro del cielo, a cura di Teresa Porcella, illustrazioni di Gioia Marchegiani, Firenze, Motta Junior, 2015.

Parole. Tutte le poesie, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, Milano, Àncora, 2015.

Lieve offerta, Poesie e Prose, a cura di Alessandra Cenni e Silvio Raffo (con la biografia di Alessandra Cenni: In riva alla vita), Milano, Bietti, 1ª ed. 2014, 2a ed 2015, ebook 2016.

Dal Segnalibro di maggio.

 

L’articolo orginale si può leggere qua.

http://occhidiargo.blogspot.it/2017/07/delle-rose-e-di-altri-inverni-antonia.html

 

 

Delle rose e di altri inverni: Antonia Pozzi.   Leave a comment

” Delle rose e di altri inverni”: sulla rivista cartacea “Il segnalibro” della casa editrice Libreria Casa Editrice L’ArgoLibro Agropoli, lo scorso mese è stato pubblicato un mio articolo dedicato alla grande poetessa italiana, Antonia Pozzi. Entro fine mese, sarà disponibile un articolo di approfondimento sulla figura della poetessa sul blog della casa editrice. 

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Ecco il link con la rivista completa:

http://occhidiargo.blogspot.it/2017/05/maggio-largo-al-nuovo-segnalibro.html

Pubblicato 8 giugno 2017 da Eufemia Griffo in Delle rose e di altri inverni, Senza categoria

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Sylvia Plath, quando la poesia si fa oscura, profonda e sacra. Un mio articolo apparso su “Occhi di Argo” nell’ambito della mia rubrica dedicata alla poesia “Delle rose e di altri inverni”.   Leave a comment

Premessa per Sylvia

 

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Questo articolo vuole essere, in generale, un approfondimento della vita e delle opere della Plath dando più ampio respiro a quello già apparso sulla rivista cartacea “I 2Mila Segnalibri” dell’Associazione “Gli Occhi di Argo” e della Casa editrice “L’ArgoLibro” nel  mese di Marzo 2017 (cliccate qui per il post dedicato).

Sylvia Plath, scrittrice e poetessa statunitense, nacque a Boston nel 1932 da due emigranti tedeschi e morì suicida a Londra nel 1963 a soli trenta anni. La Plath fu autrice di liriche, romanzi e di libri per bambini.

Deve alla madre la scoperta e la passione per la poesia e sin da bambina iniziò a comporre liriche,  facendo emergere un talento straordinario. I temi che affronterà nella sua produzione artistica, saranno il difficile rapporto con la madre e il trauma per la morte del padre, avvenuta a causa di una cancrena ad un piede, quando Sylvia aveva solo nove anni.

Fin da giovanissima iniziò a soffrire di crisi depressive  e già nel 1953 cercò di togliersi la vita  una prima volta.

Nelle lettere che scriverà a sua madre durante l’intero arco della sua esistenza, invece si descriverà  come una studentessa modello, dotata di un precoce talento letterario, nonché una donna solare e perfetta. Tuttavia un’ombra iniziava ad avvolgere tutti i suoi giorni e la poesia diventerà man mano,  la celebrazione del suo  mal di vivere.

Sylvia Plath e la poesia

La poetessa americana Sylvia Plath è stata autrice di testi poetici e di prosa. Una vita fatta di poesia, un’ esistenza raccontata attraverso la lirica, una sorta di parabola dell’essere che ci porterà a scoprire Sylvia e i suoi pensieri, la sofferenza che la accompagnò per molti anni, il dolore degli ultimi istanti. Una totale abnegazione per la scrittura che ci racconteranno di una donna e del suo amore e del suo rapporto col padre, presente nella totalità delle sue poesie.

Questo è il potere della poesia e l’ho scritto molte volte negli articoli dove ho trattato di questa arte così sublime e nobile. Nella poesia e attraverso di essa, il Poeta utilizza  un mezzo unico e privilegiato con cui  raccontare lo scorrere dei giorni, dove vede se stesso come un personaggio che come un attore di  teatro, sale e scende  da un palco  immaginario, per trovare una forma e una fisionomia.

Le parole poetiche tessono magie, ma per Sylvia esse non furono un’ancora di salvezza, bensì un mezzo per traghettarla verso la fine.

Un talento unico condensatosi in una manciata di anni  che ci hanno regalato una voce incisiva, destinata a rimanere immortale nel panorama poetico dei nostri tempi.

Immortale poiché così è l’Arte, la buona arte, quella che sopravvive al tempo e alle persone e che ci narra dei tempi passati e delle donne e degli uomini  che vissero prima di noi. La Plath attraverso le parole che cesellerà, amministrerà e farà vivere, ci descriverà la sua anima, il suo dolore, la paura e la sofferenza, che si rivestiranno di bellezza, oscura, profonda e  sacra.

  

Sylvia e l’amore

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“Magari un giorno tornerò a casa battuta, sconfitta. Ma non finché riuscirò a trasformare il mio cuore spezzato in racconti, la mia sofferenza in bellezza” (dai Diari, anno 1950).

Ted Hughes era un affascinante scrittore americano nato in Inghilterra; amava la natura e la poesia. Sylvia era l’americana brillante e problematica arrivata in Inghilterra dall’America per studiare letteratura grazie ad una borsa di studio.

La donna lo incontrò ad una festa e fu subito amore. Lui le rivolse la parola e lei cedette al suo fascino e alla sua voce tenebrosa. Sette mesi dopo si sposarono, innamorati e felici. Tutto sembrava loro possibile, la poesia li univa e diventava parabola di vita e d’ amore.

Dopo un primo periodo in America, dove la scrittrice si sottopose a nuove cure psichiatriche, nacquero due figli. Presto però la famiglia Hughes si trasferì in Inghilterra, patria di Ted,  dove il matrimonio iniziò a deteriorarsi. Trovandosi in un paese straniero, il mal di vivere della Plath  iniziò a peggiorare, parallelamente al fatto che Sylvia si sentiva inadeguata tra il ruolo di scrittrice e quello di moglie e madre. Ted, dal canto suo, iniziò a tradirla e si dimostrò incapace di fronteggiare la situazione. Quando i coniugi Hughes si separarono definitivamente, (a causa della relazione che Hughes aveva iniziato con Assia Wevill, moglie di un amico poeta), Sylvia andò  ad abitare coi bambini, Frieda e Nicholas, a Londra, nello stesso appartamento dove aveva abitato William Butler Yeats. Sylvia ne fu estremamente contenta e lo considerò un buon presagio in vista del suo successo letterario; infatti sebbene sola e disperata, nell’autunno del 1962 scrisse la maggior parte delle sue poesie. 

L’inverno 1963 fu per Sylvia molto duro poiché in quella stagione iniziò il procedimento legale per la separazione da Hughes. Fu in quell’anno che scrisse  il romanzo “La campana di vetro” (The Bell Jar), pubblicato nel 1963 con lo pseudonimo di Victoria Lucas.

L’11 febbraio 1963 si tolse  la vita con il gas nella cucina del suo appartamento. Sotto la porta dei bambini, presenti in casa, infilò stracci bagnati per evitare che il gas uccidesse anche loro.

Dopo la morte della Plath, Ted Hughes si occupò dei suoi beni letterari e distrusse l’ultimo volume del diario di Sylvia, che descriveva il periodo che avevano trascorso insieme. Nel 1982, Sylvia Plath divenne la prima poetessa che vinse il Premio Pulitzer dopo la propria morte ( “The Collected Poems”).

  

“Limite”

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In “Edge”, (“Limite”), la sua ultima poesia (febbraio 1963), Sylvia Plath era sulla soglia, pronta a varcarla e con un ultimo atto di coraggio, andare verso il buio senza ritorno.

All’alba di lunedì 11 febbraio 1963, la Plath era una donna giovane e bella, nonché acclamata poetessa e madre di due bimbi. Nulla faceva presagire la tragedia che si sarebbe consumata da lì a poco.

Sylvia entrò nella camera dei figli e socchiuse la finestra, quindi lasciò accanto ai lettini un bicchiere di latte e una fetta di pane e burro. Poi uscì e chiuse la porta sigillandola dall’esterno con il nastro adesivo; subito dopo entrò in cucina e sigillò ermeticamente anche quella porta dall’interno. Infine si inginocchiò davanti al forno e accese il gas.

Dentro il suo corpo come petali

di una rosa richiusa quando il giardino

s’intorpidisce e sanguinano odori

dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.

Niente di cui rattristarsi ha la luna

che guarda dal suo cappuccio d’osso.

A certe cose è ormai abituata.

Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

(da”Edge”)

Sylvia Plath ha lasciato ad un pubblico sempre crescente un vasto corpo di testi tra prose e poesie, che la proiettano ben oltre la sua breve e tragica parabola vitale, testimoniando una costante ricerca e abnegazione per la scrittura. Il suo talento fu immaginifico e doloroso e ci ha regalato una voce esasperata, unica e  incisiva, capace d’incarnare in sé l’energia necessaria del fare poetico, quando esso diventa rivelazione dell’io e del mondo.

La fragilità di una donna e l’istinto della morte

Come già detto, Sylvia Plath concentrò la quasi totalità delle sue opere poetiche negli ultimi anni della sua vita; aveva l’urgenza di un commiato, come se si rivolgesse ad un vasto pubblico di lettori ai quali chiedere di ascoltare la sua voce. Una voce che si disvelava attraverso la Poesia. Nella lirica che segue, scritta in rima baciata nel 1961, Sylvia si definisce  “verticale”, rigida ed alienata in un mondo dove invece tutto è orizzontale. La scelta della parola “verticale” è emblematica del disagio di Sylvia Plath nei confronti di un mondo in cui si sente inadeguata e che non è fatto per lei.

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.

Non sono un albero con radici nel suolo

succhiante minerali e amore materno

così da poter brillare di foglie a ogni marzo,

né sono la beltà di un’aiuola

ultradipinta che susciti di meraviglia,

senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confronto a me, un albero è immortale

e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:

dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,

alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso che mentre dormo

forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –

con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me più naturale.

Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,

e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:

finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

Il pensiero della morte è costantemente ricorrente nella produzione della Plath. In questa poesia così come in molte altre, l’arte perde pian piano la sua  funzione salvifica. In questa lirica l’autrice vorrebbe essere quindi “orizzontale” ed uniformarsi alla realtà, ma ella non è un albero con radici ben piantate nel terreno, e non ha a sua disposizione tutte le materie prime per prosperare. Né possiede la bellezza tipica dei fiori per potersi distinguere. Basandosi sempre su quel dualismo fra vita e morte, che ha reso immortali le sue liriche, Sylvia Plath sente di non avere la longevità di un albero e le manca l’audacia del fiore. Metaforicamente le mancano il tempo e il coraggio di vivere.

Nemmeno passeggiare sotto la luce delle stelle la farà sentire parte del mondo, anzi la notte aumenterà in lei quel senso di vuoto e di solitudine e solo con la morte  avverrà quella congiunzione che le sarebbe stata fondamentale per continuare a vivere. Alla fine di tutto, gli alberi e i fiori, si accorgeranno di chi lei sia stata veramente e le dedicheranno finalmente del tempo.

Alcune poesie di Sylvia Plath

Nella raccolta “Lady Lazarus e altre poesie”, pubblicata da Mondadori, troviamo un’altra splendida poesia di Sylvia Plath che ha per titolo Ultime parole, una sorta di testamento spirituale in versi:

Non voglio una cassa qualunque, voglio un sarcofago

con striature di tigre e una faccia dipinta

tonda come la luna, con gli occhi sgranati in su.

Voglio sembrare che li guardo quando verranno

a scavarmi fra ottusi minerali e radici.

Già li vedo – pallide facce, a una distanza astrale.

Adesso non sono nulla, non sono nemmeno in fasce.

Li penso senza né padri né madri, come gli dei primigeni.

Si domanderanno se io sia stata importante.

Dovrei come frutta candire e conservare i miei giorni!

Il mio specchio si appanna –

ancora qualche fiato e non specchierà più niente del tutto.

I fiori e le facce si sbiancano come un lenzuolo.

Dello spirituale non mi fido. Sguscia via come vapore

nei sogni, per le fessure della bocca o degli occhi. Non posso

fermarlo, né mai tornerà. Ma non così le cose.

Loro restano, con quel piccolo brillìo particolare,

da tante mani scaldato, con un brusìo di piacere.

Se avrò freddo alle piante dei piedi,

mi consolerà l’occhio azzurro del mio turchese.

Siano con me le mie casseruole di rame, i miei vasi di coccio

mi fioriscano intorno notturni fiori, dal buon profumo.

Mi avvolgeranno nelle bende, deporranno il mio cuore

sotto i miei piedi in un bel pacchettino.

Non mi riconoscerò quasi. Sarà tutto buio,

ma ci sarà il fulgore di questi piccoli oggetti più dolce che il

viso di Ishtar.

Il disagio che ha accompagnato la breve vita di Sylvia Plath lo troviamo espresso in termini tanto aspri da non prestarsi ad alcun equivoco, anche nella poesia Specchio (di cui si può leggere anche il testo in inglese):

Specchio

Sono esatto e d’argento, privo di preconcetti.

Qualunque cosa io veda subito l’inghiottisco

tale e quale senza ombre di amore o disgusto.

Io non sono crudele, ma soltanto veritiero –

quadrangolare occhio di un piccolo iddio.

Il più del tempo rifletto

sulla parete di fronte.

È rosa, macchiettata. Ormai da tanto tempo la guardo che la sento

un pezzo del mio cuore. Ma lei c’è e non c’è.

Visi e oscurità continuamente si separano.

Adesso io sono un lago. Su me si china una donna

cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.

Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.

Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.

Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.

Sono importante per lei. Anche lei viene e va.

Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.

In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro

giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.

I am silver and exact. I have no preconceptions.

What ever you see I swallow immediately

Just as it is, unmisted by love or dislike.

I am not cruel, only truthful—

The eye of a little god, four-cornered.

Most of the time I meditate on the opposite wall.

It is pink, with speckles. I have looked at it so long

I think it is a part of my heart. But it flickers.

Faces and darkness separate us over and over.

Now I am a lake. A woman bends over me,

Searching my reaches for what she really is.

Then she turns to those liars, the candles or the moon.

I see her back, and reflect it faithfully.

She rewards me with tears and an agitation of hands.

I am important to her. She comes and goes.

Each morning it is her face that replaces the darkness.

In me she has drowned a young girl, and in me an old woman

Rises toward her day after day, like a terrible fish.

In questa lirica  Sylvia si guarda allo specchio, dopo aver assaporato il dolore e la delusione di una vita; lo specchio diventa l’elemento di comunicazione interiore, rappresenta la necessità di scoprire il fondo della propria anima e il flusso di energie emotive che condizionano anche il pensiero.

Lo specchio/lago accoglie il bisogno di chi guarda al fondo della sua coscienza e dialoga con le ragioni profonde del suo essere.

Nella “Lettera d’amore” (1960), Sylvia scrive:

Non è facile dire il cambiamento che operasti./Se adesso sono viva, allora ero morta. (…)

Albero e pietra scintillavano, senz’ombra./La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.(…)Da pietra a nuvola, e così salii in alto./Ora assomiglio a una specie di dio/E fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima/Pura come una lastra di ghiaccio. È un dono.

*

Insomma, dall’incubo infantile non si esce, e persino la poesia, l’arte, perdono piano piano la loro funzione salvifica.

Nei diari ( luglio 1950), la Plath scrive:

“Forse non sarò mai felice… ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna (…) in momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più.”

Sylvia Plath riposa nel cimitero di Ebden Bridge, nello Yorkshire, dove risiede la famiglia del marito Ted Hughes. Qui ha finalmente ritrovato la sua posizione “orizzontale”, nell’unico e solo modo che ha ritenuto possibile.

Le sue opere

The Colossus (1960)

Poppies in July (1962)

Ariel (Plath)|Ariel (1965)

Crossing the Water (1971)

Winter Trees (1972)

The Collected Poems (1981)

Prosa[modifica | modifica wikitesto]

La campana di vetro (The Bell Jar, 1963) sotto lo pseudonimo di ‘Victoria Lucas’

Letters Home (1975) a cura di sua madre

Johnny Panic and the Bible of Dreams (1977) (l’edizione inglese contiene due storie che quella statunitense non possiede)

The Journals of Sylvia Plath (1982)

The Magic Mirror (1989), la sua tesi di laurea allo Smith College

The Unabridged Journals of Sylvia Plath, a cura di Karen V. Kukil (2000).

Le sue opere in Italia

In Italia nel 2002 è stato pubblicato “Il Meridiano” che raccoglie le sue opere (tutte le poesie ordinate cronologicamente più un’ampia scelta di Juvenilia, l’unico romanzo, “La Campana di Vetro”, le prose e i racconti di Johnny Panic, la Bibbia dei Sogni, gli estratti dai Diari). L’opera è introdotta dal saggio critico di Nadia Fusini che ci fornisce le coordinate per entrare nella poetica della Plath, intrisa degli eventi della sua esistenza, capace di reinterpretarli, trasformarli nelle formule magiche dei versi. Una poesia evocativa, ritualistica in cui la Plath è “la strega, la fattucchiera  che esorcizza la vita in simboli, parole, immagini”.

Alcune traduzioni tra cui “Lady Lazarus e altre poesie (Mondadori, Milano, 1976), sono state curate da Giovanni Giudici e da Gabriella Morisco Amelia Rosselli, nel 1985 (Le muse inquietanti, Mondadori, Milano, 1985).

(Fonte: Wikipedia)

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