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Siamo una squadra, Herr Göbbels, un racconto di Renato Ghezzi pubblicato nell’antologia dei racconti storici di “Historica” casa editrice

Siamo una squadra, Herr Göbbels
di Renato Ghezzi

rudi
Così non andava, proprio non andava.
Theo Kaufmann si guardò di nuovo intorno e scosse il capo. Si sentiva oppresso da un senso di rabbia misto a impotenza che gli impediva di essere felice. Era stato convocato come portiere titolare per la squadra nazionale di hockey su ghiaccio, avrebbe difeso la porta della Germania alle olimpiadi di Garmisch, davanti al suo pubblico, al suo popolo. Ma non riusciva a provare gioia, non a quelle condizioni. Per l’ennesima volta cercò conforto negli occhi dei compagni, ma non lo trovò. Wiedermann, Kuhn, Schenk: gli sguardi bassi e i volti tirati, come se si vergognassero di essere lì, in quello spogliatoio. Loro, i più forti hockeisti tedeschi, i vincitori del campionato del mondo del 1934.
Theo sapeva che condividevano il suo stesso pensiero: mancava Rudi Ball.
Rudi, il più bravo, il miglior attaccante mai visto in Europa. Uno scricciolo di sì e no cinquanta chili, col suo metro e mezzo di altezza scompariva in mezzo ai giganteschi compagni. Ma sui pattini lo scricciolo diventava veloce, elegante e micidiale come un ghepardo. Era anche il giocatore più altruista, generoso e allegro che fosse mai sceso su una pista di ghiaccio. Theo cercò di ricordare quando l’avesse visto arrabbiato e si rese conto che non era mai successo. Poteva richiamare alla mente solo il suo sorriso aperto, cordiale. Sincero.
Nessuno lo aveva comunicato ufficialmente, ma tutti avevano compreso perché Rudi non fosse lì. Rudi Ball era ebreo. Con Joseph Göbbels ministro dello sport non poteva essere altrimenti. Mancava anche Gustav Jaenecke, peraltro. Lui non era stato escluso, aveva rifiutato la convocazione.
«Se non gioca Rudi, non gioco nemmeno io», aveva detto. Per quanto ariano, era anche amico fraterno di Rudi, e aveva deciso di mettere a repentaglio la sua carriera per solidarietà. Ci voleva coraggio, troppo coraggio.
Theo cercò di scacciare quei fantasmi e si concentrò sull’allacciatura dei pattini, l’allenamento stava per cominciare. Uscirono tutti insieme dallo spogliatoio, scesero in pista in assoluto silenzio e, come automi, iniziarono i giri di riscaldamento.
Dopo qualche minuto il fischietto dell’allenatore li richiamò a centro pista. Theo non capì perché Hoffinger li facesse allineare lì in mezzo, anziché radunarli in panchina, fin quando non riconobbe l’ometto che lo accompagnava.
Era Karl Ritter von Halt, di recente nominato responsabile del Comitato Olimpico. A Theo per poco non sfuggì un’imprecazione. Considerava quell’uomo un inetto, un incapace che aveva fatto carriera solo grazie a protezioni altolocate. Correva voce che anche quel “von” fosse fasullo, un regalo del suo amico von Tschammen, lui sì, un vero nobile.
Von Halt attaccò il suo discorso magniloquente, del quale Theo non ascoltò una sola parola. Ritrovò l’attenzione solo quando dal tono riuscì a intuire che il gerarca stesse per concludere.
«…per la gloria imperitura del Terzo Reich. Heil Hitler!»
«Heil Hitler!» risposero tutti, tendendo il braccio in alto. Alla fine del saluto, Theo non lo riabbassò.
«Kaufmann, cosa vuoi?» lo apostrofò Bobby Hoffinger, con quel suo accento impastato, da canadese.
«Avrei una domanda.»
«Abbassa quel braccio e falla.»
Theo chiuse gli occhi, si riempì i polmoni e buttò fuori: «Dov’è Rudi Ball?»
«Vedi…» cercò di dire Hoffinger, ma von Halt lo zittì.
«Non è stato convocato», rispose secco.
«Perché? È il nostro miglior giocatore. Senza di lui non abbiamo speranze di vincere neanche una partita.»
Von Halt gli si avvicinò fino a mezzo metro ma si arrestò di colpo, quasi imbarazzato. Theo capì che quel piccoletto non aveva calcolato di trovarsi di fronte a un portiere che, sui pattini, lo sovrastava di mezzo metro buono. Il gerarca unì le mani dietro la schiena e tornò a mettersi di fianco all’allenatore.
«Voi giocherete senza Ball e vincerete l’oro», intimò, fissando Theo da quella distanza.
«Non mi avete ancora detto perché lo avete escluso», insistette Theo. «Non credo per motivi sportivi.»
Dopo alcuni secondi di silenzio, Hoffinger prese coraggio e rispose: «No, Kaufmann. Tu sai a che razza appartiene Ball, vero?»
Theo drizzò la schiena. «Rudi Ball è un giocatore di hockey, il migliore.»
«Lo so, ma ti chiedevo: sai di che razza è?»
«Herr Trainer, qui, nell’arena del ghiaccio, io conosco solo due razze: i giocatori di hockey e gli altri.» Disse le ultime parole fissando von Halt con disprezzo. «Rudi Ball è un giocatore di hockey.»
«Ma è un ebreo!» strillò il gerarca. «La nazionale del Reich non ammette ebrei!»
Theo guardò a destra e a sinistra le due ali dei compagni. Diede un colpo di pattino, avanzò di mezzo metro.
«Allora io non gioco», disse cercando di controllare il tremito della voce.
«Cos’hai detto?» La voce di von Halt divenne ancora più stridula.
«Che se non giocano Ball e Jaenecke non gioco nemmeno io.»
«Ma sei impazzito? Non ti puoi rifiutare!» gridò l’allenatore, inviperito.
Von Halt fece un cenno con la mano guantata di nero. «Non importa, lo lasci andare. Con lui faremo i conti dopo. Ce l’avete un secondo portiere, no?»
Dalla fila uscì Wilhelm Egginger: «Sono io. Ma nemmeno io gioco.»
Hoffinger si mise le mani nei capelli. «Ma cosa vi sta succedendo? Sono le olimpiadi, l’occasione della vostra vita! Volete rovinarvi la carriera, ma vi rendete conto? Verrete deferiti, radiati!»
«Non solo loro», disse una voce, bassa ma ferma, proveniente dalla fila.
«Chi ha parlato, adesso?» Von Halt stava per raggiungere livelli da isteria.
«Io, Georg Strobl.»
«Anch’io, Alois Kuhn.»
«Anch’io.»
«Anch’io.»
Uno per uno, tutti i giocatori avanzarono di mezzo metro, affiancando Theo Kaufmann. Fu capitan Paul Trauttman a parlare per tutti: «Herr Hoffinger, Herr von Halt: se non riammettete Rudi Ball nessuno di noi andrà a Garmisch.»
Fermi, sull’attenti, gli undici giocatori attesero una risposta che non arrivò. Von Halt e l’allenatore si erano messi invece a confabulare tra loro. Infine Hoffinger batté le mani e disse: «Bene, signori. A cambiarvi, e restate nello spogliatoio. Vi raggiungeremo tra poco.»

Rivestiti dei loro abiti borghesi, i ragazzi aspettavano. Non sapevano bene cosa, forse qualcuno che dicesse loro di andare a casa, forse le SA che li avrebbero arrestati. La tensione cresceva e Theo pensò che quell’attesa prolungata potesse essere una tattica, un tentativo di farli cedere.
Passò più di un’ora prima che la porta si aprisse. Dietro a Hoffinger e von Halt videro entrare un uomo magro, distinto, in giacca e cravatta. Il viso era scarno ma gli occhi emanavano una luce cupa, magnetica. Theo lo riconobbe, come anche gli altri: Joseph Göbbels.
«Buonasera, signori», esordì, «mi si dice che non volete fare parte della selezione olimpica.»
Paul Trauttman emise un lungo respiro e si alzò. «È vero, signore», rispose per tutti. Theo lo ammirò, in quel momento. Era e rimaneva il loro capitano.
«E potrei conoscerne il motivo?» domandò Göbbels avvicinandosi. L’effetto di quello sguardo era soggiogante, ben diverso dal vuoto inespressivo di quello di von Halt.
Theo si rese conto che Trauttman ansimava, che stava lottando contro la soggezione e il timore. Ce la fece, però e rispose, con una gamba tremante ma con voce ferma: «Noi siamo una squadra, signore. Rudi Ball è parte della squadra. Gustav Jaenecke è parte della squadra. Senza di loro non giochiamo.»
«E così, rinuncereste a Garmisch per un ebreo?»
«Rinunceremmo per un nostro compagno di squadra. Faremmo la stessa cosa per chiunque di noi.»
Göbbels annuì. «Bene. State parlando solo per voi stesso, vero? Facciamo così: chi vuol entrare a far parte della selezione, rimanga. Gli altri, fuori. Ma sappiate che verrete deferiti, la vostra carriera terminerà oggi.»
Si mossero tutti verso l’uscita.
«Fermi!» gridò Hoffinger, e soffiò qualche parola nell’orecchio del ministro, che impallidì visibilmente.
Theo, che era il più vicino, riuscì a cogliere la sua risposta: «Perché non possiamo far giocare i rincalzi?»
Hoffinger rispose in un sussurro inudibile, se non da Göbbels che a quelle parole si fece ancora più cupo in viso.
Seguì un silenzio teso e imbarazzato. Göbbels parve chiudersi in se stesso e né Hoffinger né von Halt osavano disturbarlo. Theo Kaufmann capì di dover cogliere quell’ultima opportunità: «Mi perdoni, signor Ministro della Propaganda.»
Göbbels gli puntò addosso il suo sguardo raggelante. Theo temette che le gambe gli cedessero e fece uno sforzo per restare sull’attenti. Riuscì lo stesso a proseguire: «Come spiegherà alla stampa, a quella estera in particolare, l’assenza da Garmisch di tutti i migliori hockeisti tedeschi? E al nostro popolo cosa dirà quando la squadra su cui puntate per una medaglia d’oro verrà eliminata al primo turno? E al Fuhrer?»
Rimasero a fissarsi immobili, sostenendo l’uno lo sguardo dell’altro.
Infine, Göbbels si passò una mano sulla fronte, come a tergere il sudore.
Fulminò von Halt con lo sguardo, si voltò verso Hoffinger e gli disse solamente: «Convocate Rudi Ball.»

Grazie alla coraggiosa presa di posizione dei compagni di squadra, Rudi Ball partecipò alle Olimpiadi di Garmisch Partenkirchen del 1936. Con lui in squadra, la Germania si classificò prima nella fase iniziale. Nella prima partita della seconda fase, Rudi portò i suoi compagni alla vittoria contro la temibile Ungheria ma gli avversari lo presero di mira durante tutta la partita. Uno scontro non certo fortuito gli procurò la rottura della clavicola e Rudi dovette abbandonare il torneo. Senza di lui, i tedeschi pareggiarono contro la Gran Bretagna e furono sconfitti dal Canada, terminando quinti.
Come riconoscimento per aver partecipato ai Giochi, Rudi ottenne il visto per sé e la sua famiglia ed espatriò in Sudafrica, dove morì nel 1975. Nel 2004 è stato ammesso alla Hockey Hall of Fame di Toronto.

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Piccola anima smarrita e soave – Un mio racconto pubblicato nell’antologia dei racconti storici di “Historica” casa editrice

cecilia

Autunno 1490

Alla corte di Ludovico il Moro, pochi mesi prima del matrimonio di Ludovico con Beatrice d’Este.
Da Madonna Cecilia Gallerani al suo amato Ludovico.
 
Caro Ludovico,
così vicino al mio cuore. Il tempo scivola via dalle nostre mani e si perde, come grani di sabbia in una clessidra. In silenzio essi giacciono uno sopra l’altro, senza più poter riprendere a vorticare perché non c’è più chi giri la clessidra. Così è il mio cuore senza di voi, in balia di questo nulla e del suo silenzio.
Quanta passione ha travolto le nostre esistenze in questo ultimo anno. Ora quello che rimane è solo questo dolore che cerco di dissimulare, questo cosciente sentimento della mia fine, mentre vago nella regione dei sogni e dei pensieri, sognando l’amore del mio amato signore, che presto sarà sposo di quella bambina  di cui tutti parlano. Tranne voi, tranne me. Di notte sogno l’amore, i vostri baci, il vostro amato volto.
 
«Dammi mille baci, e ancora cento/ poi nuovamente mille e ancora cento»(1) 
 
Ora me ne rendo conto, mentre giaccio sul mio letto che in questo anno felice, mi ha accolta tra le vostre braccia. Lo stesso letto dove mi sono rifugiata quando mi gridaste con tutta la passione e la violenza amorosa di cui eravate capace, che io ero la più bella tra tutte le donne del vostro palazzo e che a me, donavate il vostro nobile cuore.
 
«Come il frutto dell’albero, anche la vita diventa dolcissima un attimo prima di iniziare ad appassire.»(2) 
 
Ma ora io non so più nulla, non ho più certezze, tranne che vi amo e che mi aggrappo a quella vita che mi sta sfuggendo di mano, come le foglie in autunno, quando non vogliono staccarsi dal loro albero da cui traggono linfa e nutrimento vitale.
Sono stanca e anche i miei occhi lo sono, mentre indugiano su questo antico libro  le cui parole sembrano essere state scritte per me.
 
« Ti odio e ti amo. Ti Chiederai come faccia! Non so, ma avviene ed è la mia tortura.»(3) 
 
Ieri, mentre guardavo quel meraviglioso quadro che mi ritrae (4) in cui Magister Leonardo ha profuso tutta la sua arte di abile pittore e genio, ho pensato alle sue parole, mentre dipingeva.
«Madonna, tanti e tali sono i marchingegni che ho inventato seguendo il genio della mia mente, eppure una sola cosa non sono stato capace di creare. Qualcosa a cui non so dare il nome, qualcosa che riguarda il cuore, in modo che possa scioglierlo dalle catene del dolore, della malinconia e dalla tristezza, quando essi sopraggiungono e come belve fameliche, lo divorano poco a poco, fino a farlo a pezzi.»
Questo mi disse Leonardo da Vinci, mentre dava nuova bellezza al mio volto, facendolo rivivere per sempre. In quei giorni ero così felice, ma le sue parole adombrarono il mio cuore, come se qualcosa dovesse accadere da lì a poco. Non riuscii a trovare le parole adatte, ma questo artista così geniale, di cui tutti parlano a corte, ha intuito già allora l’effimera felicità di cui abbiamo goduto per così poco tempo.
 
Milano, 5 dicembre 1490
 
Caro Ludovico,
è quasi inverno, eppure oggi il sole splende nella nostra amata Milano. Ma nel mio cuore c’è un velo di nebbia, lo stesso che spesso ricopre, in autunno, ogni cosa.
Cosa conta davvero nella nostra esistenza?
Per alcuni il potere, il rango, la nobiltà e l’essere nobile, oppure essere ricordati nelle biografie ufficiali e figurare col proprio nome sulla tomba.(5)
Tutte sciocchezze!
Lo scorrere inesorabile del tempo scava un baratro nell’esistenza degli uomini e noi ci troviamo come sospesi su una voragine, in precario equilibrio; nel vuoto, riusciamo finalmente a osservare come degli spettatori, l’avventura della nostra vita che solo nel momento del pericolo, acquista un senso e si dischiude in tutta la sua interezza e in tutta la sua bellezza.
Ma in quel momento, prima di cadere, immagino tutto il dolore, il mio e il vostro, Ludovico, mentre ci pervade. Allora mi prende una tale disperazione che la sento divenire pura e tangibile in me.
Ludovico, sono stanca, nel fisico e nella mente. In questi giorni ho ricevuto ed eseguito tutti gli ordini che mi avete impartito, sono diventata un’ombra nell’ombra, sottile come la forma dei miei desideri, trasparente come una goccia d’acqua quando la pioggia attraversa l’arcobaleno. Silenziosa, perché le parole devono scomparire ed essere seppellite nello scrigno della mia anima.
Per un attimo ho pensato al mio passato, mi sono rivista bambina, adolescente e finalmente donna. Ho preso coscienza di esserlo diventata il giorno in cui i vostri occhi posarono lo sguardo sul mio viso.  Era poco più di un anno fa, da poco avevo compiuto diciassette anni; avevo i capelli raccolti sotto la retina impreziosita da piccoli diademi, a cui giorno dopo giorno, sene aggiungeva uno. Eravate voi a donarmelo, pegno del vostro amore, così bello, puro, infinito.
Amore, amore…questa parola che mi sussurravate all’orecchio,  scivolava in fondo al mio cuore. Una parola che detestavo prima di allora, dopo una delusione che oggi definirei puerile, quando quel giovane che credevo di amare, preferì a me una duchessa, che  avrebbe portato più lustro alla sua casata, rispetto al mio titolo di contessa.
Amore. Una parola che so finalmente appartenermi da quando esso ha bussato con la vostra mano alla mia porta, come un forestiero venuto da lontano e che dopo tanto peregrinare trova finalmente riposo.
Una parola che è riemersa nella mia memoria pur nella stupida convinzione di volerla seppellire per sempre. Che assurda presunzione!
Ma ora,  vi congiungerete per sempre a Beatrice. E io rimarrò sola, aggirandomi nelle stanze dove abbiamo conosciuto l’amore e dove dimoreranno solo le ombre dei nostri ricordi. Esse diventeranno nel tempo i luoghi dei miei sogni e le mie residenze segrete.
 
« Nella notte ingannevole i lievi sogni si prendono gioco di me e fanno trepidare di falsi terrori le nostre menti spaventate…»(6)
 
Un luogo dove  costruirò un castello fatto da quegli stessi sogni che sono così reali e allo stesso tempo immaginari, dentro i quali mi rifugerò nei momenti di solitudine e di tristezza. E mi piace pensare che qui sarò al momento della mia morte.

Ho fatto un sogno di recente.
Ero felice. Ci guardavamo e a un certo punto mi carezzavate i capelli. Era un sogno colorato e pieno di luce. Poi il sogno ha assunto i colori del rosso. Ma non erano i colori del tramonto, bensì quelli del sangue, quando prende a scorrere impetuoso. Tutto si colorava di rosso: il fiume, l’erba, il cielo mentre intorno calavano il buio e le tenebre. Un dolore ha preso a lacerarmi il petto e a farmi sanguinare.

Voi eravate così lontano da me, le vostre mani a protendersi mentre cercavano le mie, ma io scivolavo lontano, portata via dalle onde di quel fiume. E il vostro volto amato scompariva così per sempre.
Mi sono svegliata di soprassalto, piangendo. Solo allora mi sono accorta che Il vostro corpo caldo, forte, possente, giaceva accanto al mio. Era allora tutto un sogno?
Vi siete voltato e mi avete guardata col vostro sguardo pieno d’amore. Così come avete fatto tutte le volte in cui mi avete detto di amarmi, pur non potendo condurmi all’altare.
«Cecilia,  Vi amo più della mia vita.»
Poi vi siete voltato, il volto sereno, lontano dai miei sogni, lontano dal presente e dal futuro che ci attende. Eravate solo un uomo, il mio amato uomo. Solo io vi avrò visto così. Solo io avrò guardato in fondo alla vostra anima, una piccola anima smarrita e soave (7), su cui l’ombra  nera del futuro, non ha posto ancora il suo velo di tenebre.
 

Per sempre Vostra Cecilia

*
 
Il 17 gennaio 1491, nella cappella ducale del Castello di Pavia, Ludovico il Moro sposò Beatrice d’Este, figlia tredicenne di Ercole I d’Este, duca di Ferrara.
La contessa Cecilia Gallerani ebbe un figlio da Ludovico il Moro, Cesare. Dopo essere rimasta presso gli Sforza anche dopo il matrimonio del Moro con Beatrice d’Este, alla nascita del figlioletto fu allontanata dalla corte degli Sforza dallo stesso Ludovico ricevendo in dono diversi immobili e beni.
Rifugiatasi per due anni da Isabella d’Este a Mantova, tornò a Milano dagli Sforza. Al 27 luglio 1492 risalgono le sue nozze con il conte Ludovico Carminati “il Bergamino”.
 
Note al testo
(1) “Da mi basia mille, deinde centum/dein mille altera, dein seconda centum, deinde usque altera mille/deiade centum”: da Catullo (poeta latino, 87-54 a.C.) , Poesie, V, 7/9.
(2) Questa citazione è di N.M. Karamzin, scrittore russo (1766-1826)…
(3) Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Ti odio e ti amo. Ti Chiederai come faccia! Non so, ma avviene ed è la mia tortura.
Gaio Valerio Catullo
(4) Cecilia Gallerani ha dato il suo volto al famoso quadro di Leonardo da Vinci “La dama con l’ermellino”. Mentre posava per il dipinto, Cecilia ebbe modo di apprezzare Leonardo e di comprenderne le straordinarie doti. Lo invitò a riunioni di studiosi e di intellettuali di Milano, in cui si discuteva di filosofia e di varia cultura. Cecilia stessa presiedeva alcune di queste riunioni.
(5)  Foscolo, “Jacopo Ortis”.
(6) Tibullo, poeta latino (54-19 a.C.) , tratta da “Elegie” , III, 4,7/8 .
(7) Così termina il libro “Mémoires d’Hadrien” della Yourcenar! Queste parole sono state scritte realmente dall’imperatore Adriano e la scrittrice le utilizza al termine del suo bellissimo libro: “ Animula vagula, blandula..Hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca…Pallidula , rigida, nudula, nec ut soles, dabis iocos…” P. Aelius Hadrianus.

*
Racconto pubblicato nell’antologia dei racconti storici della casa editrice “Historica”, settembre 2018

Racconti storici. Vol. 1

Lombardia segreta e I racconti di Cultora di Historica edizioni: due antologie che contengono due miei racconti.

Onorata e felice di fare parte di due prestigiose collezioni della casa editrice Historica Cultora di Francesco Giubilei. In “Racconti segreti della Lombardia”, sono presente col racconto storico “Lettere dal passato”, mentre in ” I Racconti di Cultora” con “Madeleine”, anche esso un testo di ambientazione storica. Entrambi si svolgono nella Parigi della rivoluzione francese.

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Ed ecco i due diplomi

due

Premiazione del concorso letterario “Historica, Cultora”.

Sabato 17 giugno, si è svolta a Milano, la cerimonia di premiazione del concorso di narrativa ” Racconti lombardi” di Historica Edizioni e Cultora. Orgogliosa di fare parte di questa prestigiosa antologia col mio racconto ” La sposa rubata”, liberamente ispirato a un evento realmente accaduto nel 1525.
Ringrazio l’editore Francesco Giubilei e il suo team di editor.

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