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La memoria involontaria: la mia prefazione per la rivista “Le Lumachine”, numero 28 diretta da Stefano d’Andrea

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Quando si pensa alla memoria involontaria descritta in letteratura, non si può fare a meno di tornare col pensiero alle petites madeleines di Marcel Proust. Questo genere di memoria è quella da cui si è assaliti di fronte a un sapore conosciuto, come nel celebre brano tratto dal romanzo dello scrittore francese. Pur essendo radicata in noi, spesso non sappiamo subito dove inserirla nel nostro quadro dei ricordi, al punto che ci tocca faticare, scavare, ricostruire, assillati dalla presenza di un ricordo che ancora non sappiamo dove collocare. Ho voluto iniziare dal famoso episodio narrato nella Recherche (questo brano viene presentato da Proust nella parte iniziale del primo volume: “La strada di Swann”) per introdurre il tema del nuovo numero di Lumachine, ossia la memoria involontaria. Con le petites madeleines, Proust ci accompagna attraverso il processo del ritrovare una memoria perduta quando risvegliata non dal pensiero, ma dai sensi. Posti di fronte a un sapore o a un odore conosciuti, la memoria involontaria agisce e si disvela. Affinché questa memoria sensoriale abbia un significato anche esistenziale, cioè ci racconti un pezzo della nostra storia o s’inquadri in un momento preciso, è necessario abbandonarsi ai sensi stessi per ritrovare la prima volta in cui furono sollecitati in quel modo. Nel caso di specie, quello della madeleine, la memoria è dunque involontaria poiché non l’abbiamo richiamata noi. È l’oggetto che assaporiamo, che annusiamo o semplicemente che guardiamo, a essere testimone di quel ricordo e quindi dobbiamo sforzarci di provare ancora, all’indietro, tutte le sensazioni che riconducono a quella prima che abbiamo dimenticato. Giunti infine a riappropriarci di quel ricordo, l’esperienza della rimembranza diventa completa e la soddisfazione che ne deriva è assoluta. Alla memoria involontaria si contrappone quella volontaria. Quest’ultima designa l’insieme dei ricordi che l’intelletto recupera con un intervento cosciente al fine di richiamare alla memoria eventi, persone, luoghi. Ma è a quella involontaria, capace di recuperare l’autentica essenza del passato, un ricordo sopito nella coscienza e all’apparenza dimenticato, che rivolgiamo il nostro interesse. Julia Kristeva, la semiologa franco-bulgara, linguista, psicoanalista e scrittrice considerata tra i massimi intellettuali del nostro tempo, definisce Il Tempo ritrovato o Tempo sensibile, la formula alchemica dell’intera Recherche. Addentrarsi nel romanzo di Proust non significa solo leggere un celebre libro, ma diventa “una esperienza del tempo che insegna a essere meno impazienti, a ritrovare le sensazioni sotto l’apparenza dei segni, decodificandoli.”, afferma la Kristeva. (Le temps sensible, Folio essais, 1994). Al punto che una petite madeleine, un’esperienza del tutto insignificante, lo sprofonda in uno stato di felicità ed estasi, di gioia indescrivibile, che egli tenta di comprendere. Un momento unico capace di restituirci quell’insieme di sensazioni e sentimenti che caratterizzano un giorno o un momento come qualcosa di irripetibile e faccia riaffiorare dentro di noi il fiume dei ricordi legati a quella percezione. Tutti quei giorni trascorsi, perduti, che pensavamo di avere dimenticato, cancellato per sempre, tornano nuovamente nel flusso della coscienza. In definitiva ciò che rimane è quella meravigliosa sensazione di gioia che accompagna Marcel nelle sue indescrivibili esperienze, fino a trasportarlo in un tempo “perduto”, ossia una realtà extratemporale che è sottratta al presente perché sfugge fuori dal tempo, dall’hic et nunc. Il Tempo, feroce tiranno delle cose passate, distrugge ogni cosa al suo passaggio, seppellendo i frammenti della vita trascorsa, ma quando tutto sembra perduto, riemergono schegge di memoria che invano la mente ha cercato attraverso l’incessante fluire dei giorni. Ci riappare quindi un mondo fatto di meraviglia, ma anche di intensa nostalgia per quel che è stato e che mai più sarà, ossia un rimpianto consapevole e il ripensamento minuzioso del tempo che mai più potrà tornare. Ancora nella Recherche, Proust scrive: “Ma a volte, proprio nel momento in cui tutto ci sembra perduto, giunge il messaggio che ci può salvare: abbiamo bussato a porte che davano sul nulla; e nella sola per cui si può entrare, e che avremmo cercata invano cent’anni, urtiamo inavvertitamente ed essa si apre”. Solo in questo modo è possibile ritrovare i giorni remoti, il tempo perduto di fronte al quale gli sforzi della memoria e dell’intelligenza avevano sempre fallito. La memoria involontaria sembrerebbe anche superare gli ostacoli posti da Orazio nel suo celebre Carpe diem quam minimum credula postero. Egli ci invita a vivere il presente e a non pensare al futuro. Ma la madeleine, molti secoli dopo, parrebbe in parte sovvertire questo assunto, al punto che quello che non abbiamo gustato consapevolmente nel tempo trascorso, possiamo riviverlo qui e ora. Nulla è perduto, e ciò che era scivolato via riemerge prepotentemente. Così anche il tempo già vissuto può essere in parte ritrovato. Nella poesia, la memoria involontaria, affrancata dalla dimensione temporale, può esprimersi come forza creativa per consentire allo scrittore di rivivere situazioni di vita perdute e celebrarle attraverso una lirica venata di intensa μελαγχολία (melanconia o malinconia). Pensiamo ai poeti che celebrano i loro ricordi d’amore, suggestioni profonde che non fanno eccezione e non sfuggono alla memoria involontaria. Pensiamo a un’immagine classicamente velata di malinconia come per esempio il suono della pioggia che cade: la sua comparsa può disvelare un mondo dimenticato che riemerge con prepotenza attraverso i versi del poeta. Anche nella composizione dello haiku talvolta agisce la memoria involontaria, al punto che i versi spesso fluiscono liberamente, sottraendosi a conteggi metrici, regole e quant’altro. Il protagonista diventa quindi il cuore del poeta che si lascia trasportare attraverso i meandri e i recessi della sua anima, la quale gli restituisce voci, immagini, colori e volti del passato, senza che queste suggestioni si pongano in antitesi con la vita quotidiana che gli offre immagini vivide della natura. Un tempo “altro” che si concilia magnificamente con il momento attuale. Nel momento in cui passato e presente confluiscono e diventano tutt’uno, avviene la sintesi poetica su cui la memoria involontaria ha posto, prepotentemente, il suo vessillo. 

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Pubblicato 7 giugno 2018 da Eufemia Griffo in Le lumachine, Senza categoria

Le Lumachine, 28: tre miei haiku pubblicati da Stefano d’Andrea

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Per scaricare e leggere la rivista cliccare qua

Pubblicato 2 giugno 2018 da Eufemia Griffo in Le lumachine, Senza categoria

Divagazioni sullo haiku, meta Haibun (Le Lumachine, n. 25 – Foglio degli amici dell’haiku diretto da Stefano d’Andrea)

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Pubblicato nel numero 25, ottobre 2017 de “Le Lumachine”

https://docs.wixstatic.com/ugd/0ba2eb_82a6bddac5604f2f8a1d976b4f5897be.pdf

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Pubblicato 25 aprile 2018 da Eufemia Griffo in Haibun, Le lumachine, Senza categoria

Le lumachine diretto da Stefano d’Andrea, numero 26 è on line

Le lumachine

https://docs.wixstatic.com/ugd/0ba2eb_6a0d500164c949a9b9c214d945d4ad73.pdf

È on line “Le lumachine numero 26”, un numero speciale di ventiquattro pagine dedicate ai temi del “Wanderer e della Wanderung”, ossia il viandante e la viandanza. Una rivista di taglio internazionale che accoglie i contributi di molti scrittori italiani e internazionali. Un gioiello da leggere e rileggere. Grazie al direttore Stefano d’Andrea, a Corrado Aiello per la prefazione e congratulazioni a tutti gli autori pubblicati. Ecco i miei tre contributi: 

antichi mantra
silenziose preghiere
nel lungo viaggio

vecchi tarocchi
scrutando luna e stelle
lungo il cammino

strada smarrita
un colibrì ha aspettato
il mio ritorno

*

Eufemia Griffo 

Pubblicato 18 febbraio 2018 da Eufemia Griffo in Le lumachine, Senza categoria