Archivio per la categoria ‘racconti

Cartoline dal fronte

 

Questa cartolina risale al 1924.
La scrive una certa Maria al soldato Raffaele Griffo, uno zio di primo grado di mio padre.
Ho sul tavolo una serie di cartoline di famiglia datate anni venti ( le custodiva mia nonna) e da quello che capisco il soldato Raffaele parte per Campobasso nell’ottobre 1924. La maggior parte delle cartoline di Maria, sono datate in quell’ anno. Poi nel 1927 Raffaele si sposta a Lucerna. Ho qua un altro gruppo di cartoline con quella data indirizzate al soldato Raffaele Griffo.
Mio padre mi raccontava che di zio Raffaele, figlio a sua volta del sarto Michele Griffo, si fossero perse tracce dopo la seconda guerra.
Le notizie lo vollero morto in Russia, uno dei tanti italiani che non tornarono a casa. In una delle cartoline un suo commilitone gli augura di stare bene.
Mio padre si recò negli anni ’80 nell’ ex Jugoslavia poiché gli fu detto che forse il suo corpo era là. In realtà non era così. Di lui fu scritta la parola fine a inizio anni ’80.
La famiglia Griffo, napoletani di nascita, ha una storia singolare, praticamente da romanzo.
Ho promesso a una mia cara zia, la mia seconda madre, che un giorno lo scriverò io quel romanzo. Non so quanto potrò ricostruire, ma cose da raccontare ce ne sono tante. A partire dal 1902, anno di nascita di mia nonna Eufemia, nata da famiglia nobile in via Chiaia a Napoli. Era un’abile narratrice, incantava tutti con la sua capacità di raccontare storie che poi erano tutte vere.
Noi bambini stavamo le ore ad ascoltarla e così è stato per tanti e tanti anni.
E questo è solo l’inizio…

Pubblicato 23 luglio 2019 da Eufemia Griffo in racconti

La Cattedrale

Un pezzo tratto da mio vecchio racconto dedicato alla bellezza di Notre -Dame. 😔
~
La cattedrale

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Un week end di fine Novembre, decisi di farmi un regalo e partii per Parigi, con l’intento di visitare la città e di osservarne la bellezza, scrutandola attraverso gli occhi della turista; tempo prima mentre sfogliavo una rivista, mi ero soffermata su un’immagine che rappresentava una finestra di un’antica cattedrale. Ancora una volta una finestra, come tanti anni prima, aveva colpito la mia immaginazione, solo che questa volta si trattava di quella della cattedrale di Notre-Dame. Anche questo scatto era dominato da un fascio di luce che penetrava attraverso il rosone posto in alto quasi a sfiorare l’infinito e che mi ricordava la purezza di quel riverbero luminoso di cui ho narrato all’inizio di questa storia.
Fu questo uno dei motivi che mi indussero a partire.
In quel luogo antico, fui nuovamente avvolta da quella stessa potenza obliqua e come tanti anni prima, notai che il colore del sole andava declinando in una luce pura, la cui bellezza è quasi impossibile da descrivere. Essa comunica una sorte di vertigine che investe gli esseri umani facendo loro comprendere la grandezza dell’infinito e allo stesso tempo, la caducità della vita e dell’essere.
Il silenzio irreale a Notre-Dame faceva quasi rumore: spazio e tempo erano scomparsi e si erano uniti in un’unica dimensione

Pubblicato 23 aprile 2019 da Eufemia Griffo in racconti, Senza categoria

Siamo una squadra, Herr Göbbels, un racconto di Renato Ghezzi pubblicato nell’antologia dei racconti storici di “Historica” casa editrice

Siamo una squadra, Herr Göbbels
di Renato Ghezzi

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Così non andava, proprio non andava.
Theo Kaufmann si guardò di nuovo intorno e scosse il capo. Si sentiva oppresso da un senso di rabbia misto a impotenza che gli impediva di essere felice. Era stato convocato come portiere titolare per la squadra nazionale di hockey su ghiaccio, avrebbe difeso la porta della Germania alle olimpiadi di Garmisch, davanti al suo pubblico, al suo popolo. Ma non riusciva a provare gioia, non a quelle condizioni. Per l’ennesima volta cercò conforto negli occhi dei compagni, ma non lo trovò. Wiedermann, Kuhn, Schenk: gli sguardi bassi e i volti tirati, come se si vergognassero di essere lì, in quello spogliatoio. Loro, i più forti hockeisti tedeschi, i vincitori del campionato del mondo del 1934.
Theo sapeva che condividevano il suo stesso pensiero: mancava Rudi Ball.
Rudi, il più bravo, il miglior attaccante mai visto in Europa. Uno scricciolo di sì e no cinquanta chili, col suo metro e mezzo di altezza scompariva in mezzo ai giganteschi compagni. Ma sui pattini lo scricciolo diventava veloce, elegante e micidiale come un ghepardo. Era anche il giocatore più altruista, generoso e allegro che fosse mai sceso su una pista di ghiaccio. Theo cercò di ricordare quando l’avesse visto arrabbiato e si rese conto che non era mai successo. Poteva richiamare alla mente solo il suo sorriso aperto, cordiale. Sincero.
Nessuno lo aveva comunicato ufficialmente, ma tutti avevano compreso perché Rudi non fosse lì. Rudi Ball era ebreo. Con Joseph Göbbels ministro dello sport non poteva essere altrimenti. Mancava anche Gustav Jaenecke, peraltro. Lui non era stato escluso, aveva rifiutato la convocazione.
«Se non gioca Rudi, non gioco nemmeno io», aveva detto. Per quanto ariano, era anche amico fraterno di Rudi, e aveva deciso di mettere a repentaglio la sua carriera per solidarietà. Ci voleva coraggio, troppo coraggio.
Theo cercò di scacciare quei fantasmi e si concentrò sull’allacciatura dei pattini, l’allenamento stava per cominciare. Uscirono tutti insieme dallo spogliatoio, scesero in pista in assoluto silenzio e, come automi, iniziarono i giri di riscaldamento.
Dopo qualche minuto il fischietto dell’allenatore li richiamò a centro pista. Theo non capì perché Hoffinger li facesse allineare lì in mezzo, anziché radunarli in panchina, fin quando non riconobbe l’ometto che lo accompagnava.
Era Karl Ritter von Halt, di recente nominato responsabile del Comitato Olimpico. A Theo per poco non sfuggì un’imprecazione. Considerava quell’uomo un inetto, un incapace che aveva fatto carriera solo grazie a protezioni altolocate. Correva voce che anche quel “von” fosse fasullo, un regalo del suo amico von Tschammen, lui sì, un vero nobile.
Von Halt attaccò il suo discorso magniloquente, del quale Theo non ascoltò una sola parola. Ritrovò l’attenzione solo quando dal tono riuscì a intuire che il gerarca stesse per concludere.
«…per la gloria imperitura del Terzo Reich. Heil Hitler!»
«Heil Hitler!» risposero tutti, tendendo il braccio in alto. Alla fine del saluto, Theo non lo riabbassò.
«Kaufmann, cosa vuoi?» lo apostrofò Bobby Hoffinger, con quel suo accento impastato, da canadese.
«Avrei una domanda.»
«Abbassa quel braccio e falla.»
Theo chiuse gli occhi, si riempì i polmoni e buttò fuori: «Dov’è Rudi Ball?»
«Vedi…» cercò di dire Hoffinger, ma von Halt lo zittì.
«Non è stato convocato», rispose secco.
«Perché? È il nostro miglior giocatore. Senza di lui non abbiamo speranze di vincere neanche una partita.»
Von Halt gli si avvicinò fino a mezzo metro ma si arrestò di colpo, quasi imbarazzato. Theo capì che quel piccoletto non aveva calcolato di trovarsi di fronte a un portiere che, sui pattini, lo sovrastava di mezzo metro buono. Il gerarca unì le mani dietro la schiena e tornò a mettersi di fianco all’allenatore.
«Voi giocherete senza Ball e vincerete l’oro», intimò, fissando Theo da quella distanza.
«Non mi avete ancora detto perché lo avete escluso», insistette Theo. «Non credo per motivi sportivi.»
Dopo alcuni secondi di silenzio, Hoffinger prese coraggio e rispose: «No, Kaufmann. Tu sai a che razza appartiene Ball, vero?»
Theo drizzò la schiena. «Rudi Ball è un giocatore di hockey, il migliore.»
«Lo so, ma ti chiedevo: sai di che razza è?»
«Herr Trainer, qui, nell’arena del ghiaccio, io conosco solo due razze: i giocatori di hockey e gli altri.» Disse le ultime parole fissando von Halt con disprezzo. «Rudi Ball è un giocatore di hockey.»
«Ma è un ebreo!» strillò il gerarca. «La nazionale del Reich non ammette ebrei!»
Theo guardò a destra e a sinistra le due ali dei compagni. Diede un colpo di pattino, avanzò di mezzo metro.
«Allora io non gioco», disse cercando di controllare il tremito della voce.
«Cos’hai detto?» La voce di von Halt divenne ancora più stridula.
«Che se non giocano Ball e Jaenecke non gioco nemmeno io.»
«Ma sei impazzito? Non ti puoi rifiutare!» gridò l’allenatore, inviperito.
Von Halt fece un cenno con la mano guantata di nero. «Non importa, lo lasci andare. Con lui faremo i conti dopo. Ce l’avete un secondo portiere, no?»
Dalla fila uscì Wilhelm Egginger: «Sono io. Ma nemmeno io gioco.»
Hoffinger si mise le mani nei capelli. «Ma cosa vi sta succedendo? Sono le olimpiadi, l’occasione della vostra vita! Volete rovinarvi la carriera, ma vi rendete conto? Verrete deferiti, radiati!»
«Non solo loro», disse una voce, bassa ma ferma, proveniente dalla fila.
«Chi ha parlato, adesso?» Von Halt stava per raggiungere livelli da isteria.
«Io, Georg Strobl.»
«Anch’io, Alois Kuhn.»
«Anch’io.»
«Anch’io.»
Uno per uno, tutti i giocatori avanzarono di mezzo metro, affiancando Theo Kaufmann. Fu capitan Paul Trauttman a parlare per tutti: «Herr Hoffinger, Herr von Halt: se non riammettete Rudi Ball nessuno di noi andrà a Garmisch.»
Fermi, sull’attenti, gli undici giocatori attesero una risposta che non arrivò. Von Halt e l’allenatore si erano messi invece a confabulare tra loro. Infine Hoffinger batté le mani e disse: «Bene, signori. A cambiarvi, e restate nello spogliatoio. Vi raggiungeremo tra poco.»

Rivestiti dei loro abiti borghesi, i ragazzi aspettavano. Non sapevano bene cosa, forse qualcuno che dicesse loro di andare a casa, forse le SA che li avrebbero arrestati. La tensione cresceva e Theo pensò che quell’attesa prolungata potesse essere una tattica, un tentativo di farli cedere.
Passò più di un’ora prima che la porta si aprisse. Dietro a Hoffinger e von Halt videro entrare un uomo magro, distinto, in giacca e cravatta. Il viso era scarno ma gli occhi emanavano una luce cupa, magnetica. Theo lo riconobbe, come anche gli altri: Joseph Göbbels.
«Buonasera, signori», esordì, «mi si dice che non volete fare parte della selezione olimpica.»
Paul Trauttman emise un lungo respiro e si alzò. «È vero, signore», rispose per tutti. Theo lo ammirò, in quel momento. Era e rimaneva il loro capitano.
«E potrei conoscerne il motivo?» domandò Göbbels avvicinandosi. L’effetto di quello sguardo era soggiogante, ben diverso dal vuoto inespressivo di quello di von Halt.
Theo si rese conto che Trauttman ansimava, che stava lottando contro la soggezione e il timore. Ce la fece, però e rispose, con una gamba tremante ma con voce ferma: «Noi siamo una squadra, signore. Rudi Ball è parte della squadra. Gustav Jaenecke è parte della squadra. Senza di loro non giochiamo.»
«E così, rinuncereste a Garmisch per un ebreo?»
«Rinunceremmo per un nostro compagno di squadra. Faremmo la stessa cosa per chiunque di noi.»
Göbbels annuì. «Bene. State parlando solo per voi stesso, vero? Facciamo così: chi vuol entrare a far parte della selezione, rimanga. Gli altri, fuori. Ma sappiate che verrete deferiti, la vostra carriera terminerà oggi.»
Si mossero tutti verso l’uscita.
«Fermi!» gridò Hoffinger, e soffiò qualche parola nell’orecchio del ministro, che impallidì visibilmente.
Theo, che era il più vicino, riuscì a cogliere la sua risposta: «Perché non possiamo far giocare i rincalzi?»
Hoffinger rispose in un sussurro inudibile, se non da Göbbels che a quelle parole si fece ancora più cupo in viso.
Seguì un silenzio teso e imbarazzato. Göbbels parve chiudersi in se stesso e né Hoffinger né von Halt osavano disturbarlo. Theo Kaufmann capì di dover cogliere quell’ultima opportunità: «Mi perdoni, signor Ministro della Propaganda.»
Göbbels gli puntò addosso il suo sguardo raggelante. Theo temette che le gambe gli cedessero e fece uno sforzo per restare sull’attenti. Riuscì lo stesso a proseguire: «Come spiegherà alla stampa, a quella estera in particolare, l’assenza da Garmisch di tutti i migliori hockeisti tedeschi? E al nostro popolo cosa dirà quando la squadra su cui puntate per una medaglia d’oro verrà eliminata al primo turno? E al Fuhrer?»
Rimasero a fissarsi immobili, sostenendo l’uno lo sguardo dell’altro.
Infine, Göbbels si passò una mano sulla fronte, come a tergere il sudore.
Fulminò von Halt con lo sguardo, si voltò verso Hoffinger e gli disse solamente: «Convocate Rudi Ball.»

Grazie alla coraggiosa presa di posizione dei compagni di squadra, Rudi Ball partecipò alle Olimpiadi di Garmisch Partenkirchen del 1936. Con lui in squadra, la Germania si classificò prima nella fase iniziale. Nella prima partita della seconda fase, Rudi portò i suoi compagni alla vittoria contro la temibile Ungheria ma gli avversari lo presero di mira durante tutta la partita. Uno scontro non certo fortuito gli procurò la rottura della clavicola e Rudi dovette abbandonare il torneo. Senza di lui, i tedeschi pareggiarono contro la Gran Bretagna e furono sconfitti dal Canada, terminando quinti.
Come riconoscimento per aver partecipato ai Giochi, Rudi ottenne il visto per sé e la sua famiglia ed espatriò in Sudafrica, dove morì nel 1975. Nel 2004 è stato ammesso alla Hockey Hall of Fame di Toronto.

Piccola anima smarrita e soave – Un mio racconto pubblicato nell’antologia dei racconti storici di “Historica” casa editrice

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Autunno 1490

Alla corte di Ludovico il Moro, pochi mesi prima del matrimonio di Ludovico con Beatrice d’Este.
Da Madonna Cecilia Gallerani al suo amato Ludovico.
 
Caro Ludovico,
così vicino al mio cuore. Il tempo scivola via dalle nostre mani e si perde, come grani di sabbia in una clessidra. In silenzio essi giacciono uno sopra l’altro, senza più poter riprendere a vorticare perché non c’è più chi giri la clessidra. Così è il mio cuore senza di voi, in balia di questo nulla e del suo silenzio.
Quanta passione ha travolto le nostre esistenze in questo ultimo anno. Ora quello che rimane è solo questo dolore che cerco di dissimulare, questo cosciente sentimento della mia fine, mentre vago nella regione dei sogni e dei pensieri, sognando l’amore del mio amato signore, che presto sarà sposo di quella bambina  di cui tutti parlano. Tranne voi, tranne me. Di notte sogno l’amore, i vostri baci, il vostro amato volto.
 
«Dammi mille baci, e ancora cento/ poi nuovamente mille e ancora cento»(1) 
 
Ora me ne rendo conto, mentre giaccio sul mio letto che in questo anno felice, mi ha accolta tra le vostre braccia. Lo stesso letto dove mi sono rifugiata quando mi gridaste con tutta la passione e la violenza amorosa di cui eravate capace, che io ero la più bella tra tutte le donne del vostro palazzo e che a me, donavate il vostro nobile cuore.
 
«Come il frutto dell’albero, anche la vita diventa dolcissima un attimo prima di iniziare ad appassire.»(2) 
 
Ma ora io non so più nulla, non ho più certezze, tranne che vi amo e che mi aggrappo a quella vita che mi sta sfuggendo di mano, come le foglie in autunno, quando non vogliono staccarsi dal loro albero da cui traggono linfa e nutrimento vitale.
Sono stanca e anche i miei occhi lo sono, mentre indugiano su questo antico libro  le cui parole sembrano essere state scritte per me.
 
« Ti odio e ti amo. Ti Chiederai come faccia! Non so, ma avviene ed è la mia tortura.»(3) 
 
Ieri, mentre guardavo quel meraviglioso quadro che mi ritrae (4) in cui Magister Leonardo ha profuso tutta la sua arte di abile pittore e genio, ho pensato alle sue parole, mentre dipingeva.
«Madonna, tanti e tali sono i marchingegni che ho inventato seguendo il genio della mia mente, eppure una sola cosa non sono stato capace di creare. Qualcosa a cui non so dare il nome, qualcosa che riguarda il cuore, in modo che possa scioglierlo dalle catene del dolore, della malinconia e dalla tristezza, quando essi sopraggiungono e come belve fameliche, lo divorano poco a poco, fino a farlo a pezzi.»
Questo mi disse Leonardo da Vinci, mentre dava nuova bellezza al mio volto, facendolo rivivere per sempre. In quei giorni ero così felice, ma le sue parole adombrarono il mio cuore, come se qualcosa dovesse accadere da lì a poco. Non riuscii a trovare le parole adatte, ma questo artista così geniale, di cui tutti parlano a corte, ha intuito già allora l’effimera felicità di cui abbiamo goduto per così poco tempo.
 
Milano, 5 dicembre 1490
 
Caro Ludovico,
è quasi inverno, eppure oggi il sole splende nella nostra amata Milano. Ma nel mio cuore c’è un velo di nebbia, lo stesso che spesso ricopre, in autunno, ogni cosa.
Cosa conta davvero nella nostra esistenza?
Per alcuni il potere, il rango, la nobiltà e l’essere nobile, oppure essere ricordati nelle biografie ufficiali e figurare col proprio nome sulla tomba.(5)
Tutte sciocchezze!
Lo scorrere inesorabile del tempo scava un baratro nell’esistenza degli uomini e noi ci troviamo come sospesi su una voragine, in precario equilibrio; nel vuoto, riusciamo finalmente a osservare come degli spettatori, l’avventura della nostra vita che solo nel momento del pericolo, acquista un senso e si dischiude in tutta la sua interezza e in tutta la sua bellezza.
Ma in quel momento, prima di cadere, immagino tutto il dolore, il mio e il vostro, Ludovico, mentre ci pervade. Allora mi prende una tale disperazione che la sento divenire pura e tangibile in me.
Ludovico, sono stanca, nel fisico e nella mente. In questi giorni ho ricevuto ed eseguito tutti gli ordini che mi avete impartito, sono diventata un’ombra nell’ombra, sottile come la forma dei miei desideri, trasparente come una goccia d’acqua quando la pioggia attraversa l’arcobaleno. Silenziosa, perché le parole devono scomparire ed essere seppellite nello scrigno della mia anima.
Per un attimo ho pensato al mio passato, mi sono rivista bambina, adolescente e finalmente donna. Ho preso coscienza di esserlo diventata il giorno in cui i vostri occhi posarono lo sguardo sul mio viso.  Era poco più di un anno fa, da poco avevo compiuto diciassette anni; avevo i capelli raccolti sotto la retina impreziosita da piccoli diademi, a cui giorno dopo giorno, sene aggiungeva uno. Eravate voi a donarmelo, pegno del vostro amore, così bello, puro, infinito.
Amore, amore…questa parola che mi sussurravate all’orecchio,  scivolava in fondo al mio cuore. Una parola che detestavo prima di allora, dopo una delusione che oggi definirei puerile, quando quel giovane che credevo di amare, preferì a me una duchessa, che  avrebbe portato più lustro alla sua casata, rispetto al mio titolo di contessa.
Amore. Una parola che so finalmente appartenermi da quando esso ha bussato con la vostra mano alla mia porta, come un forestiero venuto da lontano e che dopo tanto peregrinare trova finalmente riposo.
Una parola che è riemersa nella mia memoria pur nella stupida convinzione di volerla seppellire per sempre. Che assurda presunzione!
Ma ora,  vi congiungerete per sempre a Beatrice. E io rimarrò sola, aggirandomi nelle stanze dove abbiamo conosciuto l’amore e dove dimoreranno solo le ombre dei nostri ricordi. Esse diventeranno nel tempo i luoghi dei miei sogni e le mie residenze segrete.
 
« Nella notte ingannevole i lievi sogni si prendono gioco di me e fanno trepidare di falsi terrori le nostre menti spaventate…»(6)
 
Un luogo dove  costruirò un castello fatto da quegli stessi sogni che sono così reali e allo stesso tempo immaginari, dentro i quali mi rifugerò nei momenti di solitudine e di tristezza. E mi piace pensare che qui sarò al momento della mia morte.

Ho fatto un sogno di recente.
Ero felice. Ci guardavamo e a un certo punto mi carezzavate i capelli. Era un sogno colorato e pieno di luce. Poi il sogno ha assunto i colori del rosso. Ma non erano i colori del tramonto, bensì quelli del sangue, quando prende a scorrere impetuoso. Tutto si colorava di rosso: il fiume, l’erba, il cielo mentre intorno calavano il buio e le tenebre. Un dolore ha preso a lacerarmi il petto e a farmi sanguinare.

Voi eravate così lontano da me, le vostre mani a protendersi mentre cercavano le mie, ma io scivolavo lontano, portata via dalle onde di quel fiume. E il vostro volto amato scompariva così per sempre.
Mi sono svegliata di soprassalto, piangendo. Solo allora mi sono accorta che Il vostro corpo caldo, forte, possente, giaceva accanto al mio. Era allora tutto un sogno?
Vi siete voltato e mi avete guardata col vostro sguardo pieno d’amore. Così come avete fatto tutte le volte in cui mi avete detto di amarmi, pur non potendo condurmi all’altare.
«Cecilia,  Vi amo più della mia vita.»
Poi vi siete voltato, il volto sereno, lontano dai miei sogni, lontano dal presente e dal futuro che ci attende. Eravate solo un uomo, il mio amato uomo. Solo io vi avrò visto così. Solo io avrò guardato in fondo alla vostra anima, una piccola anima smarrita e soave (7), su cui l’ombra  nera del futuro, non ha posto ancora il suo velo di tenebre.
 

Per sempre Vostra Cecilia

*
 
Il 17 gennaio 1491, nella cappella ducale del Castello di Pavia, Ludovico il Moro sposò Beatrice d’Este, figlia tredicenne di Ercole I d’Este, duca di Ferrara.
La contessa Cecilia Gallerani ebbe un figlio da Ludovico il Moro, Cesare. Dopo essere rimasta presso gli Sforza anche dopo il matrimonio del Moro con Beatrice d’Este, alla nascita del figlioletto fu allontanata dalla corte degli Sforza dallo stesso Ludovico ricevendo in dono diversi immobili e beni.
Rifugiatasi per due anni da Isabella d’Este a Mantova, tornò a Milano dagli Sforza. Al 27 luglio 1492 risalgono le sue nozze con il conte Ludovico Carminati “il Bergamino”.
 
Note al testo
(1) “Da mi basia mille, deinde centum/dein mille altera, dein seconda centum, deinde usque altera mille/deiade centum”: da Catullo (poeta latino, 87-54 a.C.) , Poesie, V, 7/9.
(2) Questa citazione è di N.M. Karamzin, scrittore russo (1766-1826)…
(3) Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Ti odio e ti amo. Ti Chiederai come faccia! Non so, ma avviene ed è la mia tortura.
Gaio Valerio Catullo
(4) Cecilia Gallerani ha dato il suo volto al famoso quadro di Leonardo da Vinci “La dama con l’ermellino”. Mentre posava per il dipinto, Cecilia ebbe modo di apprezzare Leonardo e di comprenderne le straordinarie doti. Lo invitò a riunioni di studiosi e di intellettuali di Milano, in cui si discuteva di filosofia e di varia cultura. Cecilia stessa presiedeva alcune di queste riunioni.
(5)  Foscolo, “Jacopo Ortis”.
(6) Tibullo, poeta latino (54-19 a.C.) , tratta da “Elegie” , III, 4,7/8 .
(7) Così termina il libro “Mémoires d’Hadrien” della Yourcenar! Queste parole sono state scritte realmente dall’imperatore Adriano e la scrittrice le utilizza al termine del suo bellissimo libro: “ Animula vagula, blandula..Hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca…Pallidula , rigida, nudula, nec ut soles, dabis iocos…” P. Aelius Hadrianus.

*
Racconto pubblicato nell’antologia dei racconti storici della casa editrice “Historica”, settembre 2018

Racconti storici. Vol. 1

Fiori di Sakura, un mio racconto pubblicato sul numero 12 della rivista Writers (liberamente ispirato al film di Kurosawa “Rapsodia in agosto”).

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Keiko fissava i fiori di sakura* posti sulla tomba di mia nonna.
Ogni anno, il 6 di agosto molte persone che l’avevano conosciuta, venivano a lasciare preghiere e fiori di ciliegio.
Ci eravamo viste anni prima a casa di mia madre durante le celebrazioni del rito funebre e ora, a distanza di sei anni, mi trovavo davanti a lei come se il tempo non avesse mai cessato di scorrere.
Da piccole eravamo amiche inseparabili fin quando Keiko si era trasferita ad Osaka per studiare legge.
Mentre la guardavo mi venivano in mente giornate di primavera, noi due a caccia di farfalle per ammirarne i colori variopinti; eravamo formidabili nell’appostarci in mezzo ai fiori di ciliegio, senza muoverci e stare minuti interi a nutrirci di quelle immagini meravigliose.
Di sera, sedute sullo zabuton, ascoltavamo la voce di mia nonna che sussurrava storie di anni prima, racconti di guerra e di dolore. La nonna guardava il cielo quasi come volesse scorgerci ancora qualcosa che non era mai andato via, «i ricordi del fuoco», li chiamava lei. Ci raccontava di una mattina d’agosto, una come tante, quando il sole si chiamava sole e i raggi avevano l’oro dei girasoli. Il cielo era diventato di uno strano colore, spaventoso, indescrivibile, orrendo. Poi la nonna si fermava e con la mano destra si copriva gli occhi e ritornava ai suoi pensieri.
A pranzo, una zuppa di riso e un bicchiere di tè erano il nostro pasto; mangiavamo in fretta e contavamo i sorsi di saké che la nonna beveva, frettolose di terminare il pasto e immergerci in nuovi giochi.
Quelle eravamo noi quando le ore erano scandite solo dai pensieri dei bambini.

Ora, davanti a me, vedevo quella bambina nel volto di una sconosciuta, di cui sapevo solo il nome e di cui ammiravo i costosi abiti che ne fasciavano il corpo.
Per un attimo avevo pensato di tendere le mani e di stringere le sue, ma non ne avevo più il coraggio.
Keiko mi guardò e mi fece un inchino, poi si fletté sulle ginocchia e raccolse un fiore di sakura porgendomelo tra le mani e sorrise. 
Gli occhi fissarono i miei e per un istante ebbi la presunzione di credere che stessero ripercorrendo le mie stesse immagini. Una farfalla si appoggiò sui fiori e attirò il nostro sguardo: immerse nello stesso ricordo di anni addietro, quando eravamo le bambine che vedo nei miei ricordi, sorridemmo entrambe.
Poi la vidi congiungere le mani e guardare la foto di mia nonna, di profilo, in silenzio. 
Questa è l’ultima immagine che conservo di lei.

* I sakura blossom sono i fiori di ciliegio
*

Pubblicato 23 Mag 2018 da Eufemia Griffo in racconti, Senza categoria, Writers

Fotografie – Writers 13, 2017

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Passi di notte, nell’antica città che dorme. Luci sull’acqua, immota e silenziosa, sembrano specchi che rubano l’anima ai ricordi. Un flash ne immortala l’istante.
E poi ancora passi. Un uomo e una donna, mano nella mano, innamorati di un istante che sembra loro eterno. La vita che inizia ora, e fuori chiusi a chiave, gli scheletri degli anni che se ne sono andati via, portando con loro mestizia e dolore.
Ascoltano i rumori lievi delle onde del mare,che una dopo l’altra vengono cullate dal vento di ottobre.
Una cattedrale nascosta dietro al vicolo si innalza possente rivelando un passato antico e la maestosità delle guglie, su cui la luna sembra riflettere i pochi raggi lucenti, velati dalle nuvole in cielo.
Quanto tempo è passato da quel giorno?
Mille anni.
Mille anni riemergono come fantasmi al suono di una musica di pianoforte in un giorno caldo d’estate.

**

La donna si alzò ad afferrare un album di fotografie e rivide quel giorno, fisso nella memoria, come i fiori nei campi d’estate e le nuvole bianche nel cielo prima della tempesta.
Si scoprì a sorridere, mentre ricordava se stessa sulla vecchia collina dove si vedeva il mare di Honfleur e il porto, con le barche ormeggiate; e poi le querce di quel bosco immenso e lei, seduta sull’erba a soffiare tra le mani le foglie d’autunno.
Erano immagini di un passato remoto? Era mai esistito quel tempo?

Se ne sono mai andati i ricordi?

Sfogliò l’album e ritrovò la foto di cui maggiormente serbava il ricordo; uno scatto a dire il vero tutt’altro che perfetto, ma nel fiume degli anni quell’immagine, più di tutte, era destinata a ricondurla indietro nel tempo.

Si possono raggomitolare gli anni?

La cattedrale di Honfleur, con le sue guglie aguzze che parevano trafiggere la luna e squarciare, come una lama di coltello, il velo nero della notte. Quella visione le aveva trasmesso una strana sensazione di inquietudine, a tratti indefinibile, che lei aveva interpretato come quel sentirsi fragili innanzi al mistero del tempo che scorre e alla grandezza degli uomini che secoli prima erano stati capaci di innalzare fino al cielo, un monumento magnifico come quello.

Il passato e il presente sembravano accavallarsi e non esistevano più confini tra ciò che era stata e quello che lo spazio della memoria ancora sembrava concederle.
Tuttavia il tempo l’aveva cambiata e infinite notti si erano susseguite a mille giorni solo apparentemente tutti uguali. I ricordi di quegli anni erano diventati uno scrigno prezioso da conservare e ogni pezzo in esso riposto aveva un immenso valore. Ogni minuscolo cristallo di memoria l’avevano condotta a ciò che era oggi.
Quanto tempo era passato da quel giorno?
Era forse ieri?
Christine chiuse il suo album di ricordi e rivedendo se stessa un’ultima volta, così come era allora, decise che era tempo di andare avanti e di crescere ancora un poco, ma senza dimenticare il passato, che come un fiume, ancora lambiva il suo sangue, il suo respiro, tutta la sua vita.

***

Eufemia Griffo, Writers 13 2017

Nella foto una scorcio di Honfleur di notte – Foto tratta dal web

Pubblicato 17 Mag 2018 da Eufemia Griffo in racconti, Writers

La danza del Sole e della Luna, un mio racconto

 

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« Verrò presto» , disse il Sole inciampando nelle stelle sospese nel cielo d’ estate.
« Verrò presto» ripeté, attraversando le nuvole sospinte dal vento, nel silenzio irreale in un giorno d’ autunno. Il tempo scorreva e le foglie, nello sguardo del Sole, sbiadirono nel gelo dei cristalli in inverno. « Verrò presto», ripeté nuovamente, mentre i raggi sfioravano la neve sotto il cui manto le prime gemme annunciavano la primavera. Dopo un lungo viaggio, il Sole giunse infine tra le braccia della Luna, che lo attendeva nel tempo eterno delle stagioni che scorrevano veloci, vestita di cielo e del blu della notte. A ogni primavera e soltanto per una notte, Sole e Luna intrecciavano i loro raggi luminosi e iniziavano a danzare in un eterno abbraccio, fatto di stelle, nubi, foglie d’autunno, cristalli di neve e gemme in fiore, in un tempo infinito, impetuoso come un fiume che scorre ma armonico, come un’antica melodia la cui ultima nota ancora non è stata scritta. Quando la danza terminava, essi tornavano nelle loro dimore, separati dalle tenebre e da scie luminose, in attesa che ancora una volta e per una volta soltanto, potessero nuovamente ricongiungersi per risplendere insieme come in una notte d’estate.

 

beyond dreaming cliffs *
sun and moon dance 
in the open sea

(Haiku di Andy McLellan)

Eufemia Griffo

sognando oltre le scogliere
il sole e la luna danzano
nel mare aperto

(translation into italian by Eufemia Griffo)

Pubblicato 16 Mag 2018 da Eufemia Griffo in racconti, Senza categoria, Writers

Itaca – Writers, 9 2016

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Viaggiare che passione! Quante volte abbiamo letto o sentito questa frase? Non importa a quale latitudine del mondo e in quale lingua essa si pronunci, ma quel che ci accomuna è l’amore per il viaggio, quel voler scoprire oltre, quel volere andare al di là del posto in cui abitiamo e in cui siamo abituati a vivere la nostra vita. Sognare ad occhi aperti immaginandoci novelli Marco Polo alla ricerca di posti straordinari che abbiamo percorso mille volte con la fantasia, o volando come Peter Pan alla ricerca dell’Isola che non c’è.

Viaggiamo con la fantasia, in sella sulla bicicletta, camminando su sentieri sconnessi o strade lastricate tutte in discesa. A volte facciamo i viaggi nella memoria con un sacco di fermate dove raccogliamo speranze dimenticate o semplici fiori di piccole emozioni; qualche volta invece ci capita di fare un viaggio nel futuro, trovandoci tra un mare di stelle dove diventa difficile scorgere la direzione da prendere. E così ci spaventiamo di quel cielo così confuso e ridiscendiamo a terra impauriti in questo presente che nel bene o nel male ci appartiene.
« Quando ti metterai in viaggio per Itaca – devi augurarti che la strada sia lunga – fertile in avventure e in esperienze..» dice nella celebre lirica “Itaca” il poeta greco Costantinos Kavafis. Egli aggiunge che non devi avere paura né trasportare i timori dentro l’anima, augurandoti che siano moltissimi i mattini d’estate. È Itaca che devi avere in mente, la meta da raggiungere senza fretta ricordando gli aromi e i profumi incontrati nel viaggio perché senza Itaca non ti saresti mai messo in viaggio.

Infine quando vi arriverai, « se la troverai povera non per questo ti avrà deluso » , perché questo viaggio ti avrà regalato un bagaglio di esperienza che mai avresti avuto se non ci fosse stata l’isola che diede i natali a Ulisse.

Itaca non è che una metafora della vita e dell’esistenza, è il sogno che tutti dobbiamo avere ed è la meta verso la quale tutti dobbiamo ritornare, come Ulisse, che dopo infiniti viaggi ritornò nella sua terra.

Non importa il viaggio o la meta, ma come li affronti, come li vivi, con quale stato d’animo respiri ogni singolo giorno che ti accompagna. È vivere la vita ogni attimo e ogni secondo e questo infine è il vero senso dell’esistenza, ovvero non avere vissuto invano.

Eufemia Griffo, Writers 9 2016

Pubblicato 15 Mag 2018 da Eufemia Griffo in racconti, Senza categoria, Writers

Katherine e il custode del re inverno – Writers, Marzo 2018

” Katherine e il custode del re inverno”, un mio racconto pubblicato sulla rivista letteraria Writers, diretta da Elena Brilly e appena pubblicata. In questo racconto ho preso a prestito il personaggio di Hercules Poirot, inventato dal genio di Agatha Christie.
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Hercules Poirot strinse il ritratto della sua amata Katherine, accarezzando il vetro della cornice che da sempre custodiva l’antica bellezza della fanciulla. Hercules chiuse gli occhi e la rivide per un attimo ancora bambina, in un ritratto in cui sua madre le pettinava i lunghi capelli colore del grano. A un tratto gli occhi si fecero pesanti e l’uomo iniziò a sognare.
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Katherine era vestita di bianco e aveva tra le mani rose bianche fatte di ghiaccio. Le due piccole mani erano rigate da rivoli di sangue e goccia dopo goccia, l’abito si macchiò di colore rubino. Essi sembravano fiori minuscoli che adornavano il suo vestito immacolato del colore della neve che scendeva copiosa dal cielo. Un vento gelido soffiò improvvisamente tra i capelli della fanciulla, tanti cristalli di ghiaccio che si depositarono tra i suoi boccoli.
Katherine era terrorizzata, aveva tanto freddo e avrebbe voluto chiamare aiuto, ma non c’era nessuno in quel luogo remoto così lontano dalla sua amata casa. Si rese conto che si trovava in un castello fatto di neve e di ghiaccio.
All’ improvviso vide per terra uno specchio e vi vide riflesso un volto: una donna non più giovane e in là con gli gli anni piangeva. Katherine riconobbe il viso della sua amata madre.
Il dolore dipinto sul suo volto era quasi palpabile, ogni parte di esso tradiva una profonda sofferenza. Perché sua madre piangeva?
All’improvviso un turbine di vento rivelò la presenza di una donna bellissima con in testa una corona. La scrutava con avidità e cattiveria e Katherine ne ebbe paura. Ella portava sulla spalla un corvo nero dal becco adunco il cui colore della notte strideva nettamente col candore del suo lungo abito.
La donna le disse: « Sai chi è quella donna che piange?» 
Katherine era sconvolta e terrorizzata e non riusciva a proferire parola. Era come se le sue labbra fosssero serrate da una mano potente che le impediva di aprire la bocca.
« Quella donna è tua madre e piange perché tu sei morta. »
« Ma io non sono morta. », rispose Katherine.
« Presto lo sarai.»
« Ma io non voglio morire.»
« E allora dovrai fare tutto ciò che ti dico e conficcare nel tuo cuore questo cuneo di ghiaccio. Solo così avrai salva la vita. »
« E se non lo facessi? »
« Morirai. Se invece diventerai una mia seguace avrai salva la vita, ma dovrai dimenticare tutti coloro che ami e diventare la custode del Re dell’Inverno, il mio amato corvo nero che ti aspetta da lungo tempo. Così come per molti anni ha atteso me, fin quando sono giunta nel suo regno di ghiaccio. È lui che mi ha insegnato tutto quello che so, soprattutto il potere sulla vita e sulla morte. »
« Io non desidero possedere questi poteri. Tu non saprai mai quali sono le cose importanti della vita.»
« E quali sarebbero? »
« L’amore, l’altruismo, la speranza.»
« Nel mio regno non c’è posto per l’ amore e le sue storie antiche» , disse il corvo nero.
« Solo magia, magia nera.», aggiunse il custode del Re Inverno mentre si staccò dalla spalla della donna dal volto bellissimo.
Katherine scosse la testa e cercò di scappare via, ma il corvo iniziò a svolazzarle sul capo
cercando di fermarla. Mentre lo faceva, il suo abito diventò completamente rosso e il suo viso tutto bianco, quasi spettrale. Katherine si immobilizzò, mentre la vita sembrava abbandonarla. Il suo volto sembrava quello di una bambola, senza espressione, senza vita, senza emozioni.
« Anche tu rimarrai per sempre bella come me, in questo istante eterno e irripetibile. », disse la donna dal volto bellissimo, mentre con sguardo trionfante la vide per terra, priva di vita.

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Che strano sogno aveva fatto Hercules Poirot, la sua piccola amata Katherine giaceva nella neve, da sola, senza che nessuno, nemmeno lui, la cullasse tra le braccia. Avrebbe voluto scaldarle il corpo, riempirla di baci e col suo alito caldo ridarle vita. Ma lei non c’era più e come in quel sogno fatto di ghiaccio e di neve, un vento gelido la portava sempre via, lontano da lui.
Erano passati molti anni da quando Katherine era morta e nel frattempo Hercules era diventato vecchio e famoso, il celebre detective che riusciva a risolvere tutti i misteri, anche i più improbabili e a trovare sempre i colpevoli dei misfatti. Solo un mistero era rimasto irrisolto: quello della vita e della morte, su cui nemmeno lui, il signor Poirot avrebbe mai avuto nessun potere.
Lo stridulo grido di un corvo lo distolse dai suoi pensieri. Poirot si affacciò dalla grande vetrata e per un attimo gli sembrò di vedere l’immagine sbiadita della sua amata Katherine, tutta vestita di nero, mentre teneva sul braccio destro, il custode del Re Inverno che pronunciava il suo nome, da tempo dimenticato da tutti. Tranne che da lui, il famoso signor Poirot, che serbava ancora nel suo cuore, il ricordo dell’amata fanciulla che anni prima era scomparsa molto giovane.

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Per il personaggio di Katherine, mi sono liberamente ispirata al film “Assassinio sull’Orient Express” (Murder on the Orient Express) del 2017 diretto, co-prodotto e interpretato da Kenneth Branagh e basato sull’omonimo romanzo del 1934 di Agatha Christie. Per il personaggio della donna bellissima invece mi sono liberamente ispirata alla fiaba di Hans Christian Andersen, “ La regina delle nevi”.
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Link per scaricare la rivista:

https://drive.google.com/file/d/1S45-MNlzmX3BqrG7d_wycRtkFO9vmWlp/view

Pubblicato 1 marzo 2018 da Eufemia Griffo in racconti, Senza categoria, Writers

Lombardia segreta e I racconti di Cultora di Historica edizioni: due antologie che contengono due miei racconti.

Onorata e felice di fare parte di due prestigiose collezioni della casa editrice Historica Cultora di Francesco Giubilei. In “Racconti segreti della Lombardia”, sono presente col racconto storico “Lettere dal passato”, mentre in ” I Racconti di Cultora” con “Madeleine”, anche esso un testo di ambientazione storica. Entrambi si svolgono nella Parigi della rivoluzione francese.

libri

Ed ecco i due diplomi

due

Il mare in inverno – Writers, Novembre 2017

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« Ne vedo di gente che soffre un poco, ma solo un poco sai? Appena appena ma giusto quel che basta per perdere tutto sai?» , disse il vecchio Pier.
« Tu non capisci, che ne sai tu della vita? Tu che sei stato per anni un padre assente e dimenticato? Che vuoi saperne tu?», gli rispose con rabbia Adrien.
« Ne so abbastanza figlio mio. Dagli errori ho imparato che la sofferenza non è mai il prezzo equo da pagare» , aggiunse Pier.
« Finiscila! Ne ho abbastanza delle tue parole» , rispose Adrien.
« Se è quello che vuoi, la smetterò di parlare. In fondo, sì hai ragione Adrien, non ne ho il diritto, dopo tutti questi anni» .
Adrien strinse i pugni e guardò suo padre in volto. Forse avrebbe voluto sentirgli dire le parole che per anni aveva immaginato nella sua mente, desiderando che fosse proprio suo padre a sussurrargliele.
Forse avrebbe voluto stringerlo, quel vecchio padre, che ora gli stava davanti, in attesa di un perdono, col suo viso rugoso e l’anima lacerata dalle sconfitte della vita.
E il vecchio Pier disse: « Adrien, avvicinati. Io non…io non vorrei che tu mi ricordassi così Adrien. Sto elemosinando la tua pietà e un briciolo di amore. Ci sono compromessi, rimpianti, rimorsi e ferite che non si cicatrizzano, che non guariscono mai. E poi c’è l’indifferenza, quel tarlo maledetto che corrode l’anima e fa sì che dimentichiamo le persone. Ti dico semplicemente questo, ho sbagliato, mio piccolo Adrien» .

Piccolo Adrien.
Lo aveva chiamato come quella volta, era piccolo, se lo ricordava ancora. Poteva avere forse cinque o sei anni, non di più. Ricordava ancora quella vecchia casa, lassù sulla scogliera di Cherbourg, e il faro che distava a sole pochi miglia dalla finestra della sua camera, tanto che gli sembrava di poter allungare la sua manina e toccarne uella magica luce, che illuminava ogni notte il mare.
Oh sì che se lo ricordava bene!
Come quella volta che lui e suo padre, erano scesi giù alla spiaggia, una mattina, a guardare le onde del mare d’inverno mosso dal vento in tempesta. Non aveva avuto paura quel giorno, perché la sua piccola mano stringeva quella forte e grande di suo padre.
Prima che se ne andasse.
Piccolo Adrien, un altro se stesso che abitava chissà in quale tempo.
Però era bello risentire quelle parole e ricordare quei giorni.
In fondo la vita è fatta di ritorni e ora entrambi erano là, uno di fronte all’altro, con gli anni che avevano scavato un abisso nelle loro esistenze. E Pier che aspettava un perdono che solo il “piccolo” Adrien poteva dargli.
La mano del vecchio si allungò a cercare quella del figlio che ora era più forte della sua e racchiudeva tutta la giovinezza di cui Pier celava solo un mesto ricordo. Di quei giorni fuggiti via a rincorrere altre vite e altri sogni, lontano da chi ora desiderava ritrovare.
L’altra mano si mosse e strinse quella del vecchio, cercandone il calore e la sicurezza che solo le mani di chi ha vissuto molto sanno donare.
E venne quel perdono che per anni il vecchio Pier aveva cercato e Adrien, negato.
Ma si sa, la vita è fatta di ritorni e qualche volta di perdoni.
E quel giorno di fine inverno, come quello di tanti anni prima, due uomini si ritrovarono e ricominciarono a vivere.

https://writersezine.wordpress.com/2017/11/12/writers-n-14-formato-pdf/

Pubblicato 24 novembre 2017 da Eufemia Griffo in racconti, Senza categoria, Writers

Come un aquilone, un mio racconto pubblicato sul numero di novembre, della rivista Writers.

 

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Pomeriggio d’autunno, uno dei tanti lungo la Senna che fluiva incessante nel suo scorrere immutabile ed eterno.
Ne aveva viste di cose la Senna e quella sera ascoltava, come faceva da sempre, la solitudine di una donna appoggiata al ponte mentre guardava la pallida luce della luna che si specchiava nelle acque scure.
Un bateau-mouche passò e il movimento delle onde, interruppe per un attimo il flusso dei pensieri di Silvye.
La donna ripensò agli ultimi giorni della sua vita: una donna spezzata come in quel famoso romanzo di Simone de Beauvoir. Strano come quel libro che le era tanto piaciuto anni prima ora sembrava essere così perfetto per definire ciò che la sua vita le sembrava essere in quel momento. Non piangeva Silvye anche se aveva la sensazione che mille rovi le trapassassero l’anima facendole dimenticare persino il sapore delle lacrime. Ripensandoci, non riusciva nemmeno a ricordare l’ultima volta che si era sentita felice. L’uomo che aveva così tanto amato, se ne era andato via, lontano. Aveva scelto la fama e il successo e lei non se l’era sentito di lasciare la sua vita, così semplice al confronto di quella di Antoine, per seguirlo e iniziare tutto da capo. Antoine era rimasto del tutto indifferente al suo amore e a tutto quel dolore che l’aveva avvolta.
Possibile, che in tutto quel tempo, non si era mai accorta di quanto lui fosse già così lontano? L’amore può diventare così cieco al punto da ottenebrare la visione della realtà?
Appoggiò il suo viso sulle braccia quando qualcosa attirò la sua attenzione.
Un aquilone volava sulla Senna accarezzando col suo moto colorato i contorni bui della notte, librandosi nell’aria fredda di quella sera d’autunno e descrivendo col suo volo obliquo, una danza gioiosa che strideva con le mille sensazioni che Silvye portava nel cuore. La luce di un lampione ne lasciava intravedere i colori del sole.
Il suo sguardo fu così catturato dalle mille acrobazie che l’aquilone sembrava disegnare sulla volta del cielo di Parigi tanto che chiuse gli occhi e si immaginò di volare in quell’infinita vastità come l’aquilone dai colori del sole e di essere libera come lui.
Bastava lasciare il filo…e pffffff, anche Silvye sarebbe volata via, forse senza una meta e senza confini, danzando con le stelle e chiedendo alla luna di illuminare la sua anima inaridita dal buio di quei giorni.
Poi Silvye riaprì gli occhi e vide solo un fiume che da sempre sussurrava parole con la sua bella voce e che nemmeno tutti i secoli del mondo avrebbero potuto invecchiare. Quel lento ondeggiare della Senna, per un attimo la fece sentire serena e la donna riassaporò quella pace e quella serenità che le mancavano da tempo e guardando l’antico fiume, come se fosse un vecchia amico gli sussurrò: « Grazie!»
Quella sera si sentì forte abbastanza per riprendere in mano i fili della vita a e come un aquilone si immaginò di solcare i cieli e correre verso una nuova meta. Quel momento le sembrò semplicemente perfetto per varcare i cancelli della speranza e come un aquilone, si disse, doveva provare di nuovo a volare.

***

 

Eufemia Griffo – Writers, Novembre 2017

 

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Pubblicato 14 novembre 2017 da Eufemia Griffo in racconti, Writers

Buonanotte Eleonor, racconto quarto classificato al concorso letterario “Racconti di te, all’ora del tè”

 

 

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Buonanotte Eleonor

La tavola preparata per il tè deve il suo fascino agli elementi che la compongono, di natura semplici, che vanno disposti con cura, e che richiedono tanta attenzione da renderli complessi.
Taluni credono che sia il tè in se stesso a rendere speciali i momenti, altri sostengono che ogni momento è speciale perché è unico, molti amano sottolineare la particolarità di un momento preparando e sorseggiando il giusto tè.
Quando l’acqua è calda al punto giusto si ha l’impressione di aver aspettato quel momento per tutto il giorno, e ci si sorprende ad ammirare l’arte di saper offrire i propri pensieri e sentimenti con la spontanea naturalezza con cui una teiera distribuisce piccole dosi della sua saggezza alle tazze pronte ad accoglierla, a ripercorrere il lungo viaggio che ha portato le foglie di tè di mano in mano fino all’ultima mano che compie il loro destino.
Il tè di oggi sarà un’occasione importante, che ci lascerà un piacevole ricordo, indelebile, come tutti quelli di questi ultimi anni che si sovrappongono nella mia memoria, uno a uno, per essere riposti in uno scrigno speciale che si chiama cuore.
In casa ce ne sono svariate fragranze, tutte in foglia pronte per l’infusione che ripongo nelle scatole di latta, su ciascuna delle quali ho posto l’etichetta che ne designa il nome. Sono tè speciali che acquisto nell’emporio di Mrs. Emma Wilson, che ne conosce tutti i segreti; Emma è una vera autorità nel campo e grazie a lei, la fiera d’autunno richiama turisti da ogni dove per acquistare i suoi famosi tè in foglia.
Il vecchio pendolo sulla parete mi ricorda che sono quasi le 17,00 e devo fare in fretta perché Eleonor, la mia piccola Eleonor, sta arrivando. Nella casa un profumo di buono si mescola all’odore del tè la cui fragranza si spande per tutta la casa; è una miscela speciale e leggermente speziata, che mi ricorda i giorni di Natale e che oggi, con quest’aria così fredda, è perfetta per riscaldare le mani e il cuore.
Sulla tavola, accanto alla teiera, ci sono le torte e i biscotti appena sfornati e disposti in piatti color zucca. I bambini stasera faranno festa, mentre le fiamme delle candele danzeranno nella notte, quella che tutti i bambini attendono con trepidazione per un intero anno e che illumineranno il passaggio degli spiriti, quando le stelle si spegneranno per fare posto alle tenebre.
A proposito, mi chiamo Marge Moore e ho quasi settantanni, vivo nella contea di Wiltshire, nella meravigliosa Valle di Salisbury, nel cottage di famiglia. Mio marito Steve mi ha lasciata vedova cinque anni fa e ora vivo insieme a tre gatti che mi non mi lasciano mai, nemmeno durante le ore notturne.
A tenermi compagnia, oltre agli amati felini, tantissimi libri che amo sfogliare e leggere più volte; mio marito era un antiquario e in casa abbiamo moltissimi volumi rari. Mia figlia Ellie dice che io sono una « cantastorie » di altri tempi e che ho il dono di incantare con le mie parole, soprattutto i bambini. Storie inventate oppure semplicemente ricordi rimaneggiati che cesello nella mia mente, togliendo le parti che non si addicono al mio pubblico speciale e trasformandoli in storie fantastiche che assomigliano un po’alle fiabe.
Oggi ho scelto di raccontarvene una che ha come protagonista proprio mia nipote che all’epoca aveva sei anni.

Contea di Wiltshire, 31 ottobre, sabato pomeriggio ore 17,00

Mia figlia Ellie, aveva ricevuto una mia lettera in cui invitato lei ed Eleonor, a festeggiare insieme la notte di Halloween, una missiva che somigliava tanto a quelle inviate ad Harry Potter prima di partire per Hogwarts. Mia figlia era una fanatica di Miss Rowling e aveva letto in pochissimo tempo, tutti i libri della storia di Harry e poi li aveva passati a me. Ero deliziata da quelle storie di magia e così quell’anno, le avevo spedito una lettera con tanto di sigillo in ceralacca, vergando le parole con una calligrafia antica ed elegante che avevo visto in una illustrazione. Ellie viveva da anni a Londra e si era sposata con un noto avvocato e dopo qualche tempo era nata Eleonor; Edward era molto impegnato con lo studio legale e così me le ritrovavo spesso a casa durante il fine settimana. Erano dei momenti speciali e le ore correvano anche fin troppo veloci.
Erano questi i miei pensieri, quando il motore di una macchina li interruppe e sentii la voce di Eleonor che gridava: « Nonnaaaaaaaaaaaaa ».
«Evviva », gridai mentre l’abbracciavo e sentivo il profumo buono tipico dei bambini.
Dopo i saluti, entrammo in casa.
Avevo preparato tutto a puntino per la festa di Halloween e avevo decorato la casa con zucche di ogni grandezza, ricreando un’atmosfera, chiamiamola gotica, che Ellie ed Eleonor trovarono eccitante e spaventosa allo stesso tempo.
La bambina era abituata a quella nonna un po’ strampalata e dai gusti un po’ eccentrici
e che una volta, le raccontai, aveva parlato con i ragni mentre si trovava in compagnia di un vecchio fantasma.
Dovevate vedere Eleonor come urlava dal terrore in quei momenti mentre io, con voce teatrale, le raccontavo quella storia da brivido. Un vero spasso per Ellie abituata alla vita frenetica di Londra che la obbligava a stare fuori casa per molte ore al giorno, senza potere ricreare quell’atmosfera familiare a cui io e Steve, l’avevamo abituata prima che si trasferisse nella capitale inglese.
Eleonor adorava le mie sorprese e soprattutto le mie storie e mi tirava di continuo il vestito per attirare la mia attenzione, chiedendomi di iniziare a raccontargliene una.
Cominciai subito mentre si acciambellava tra le mie braccia, come se fosse uno dei miei gatti, ma poco dopo avere terminato, mi chiese come al solito il permesso di poter fare un giretto per la casa. La mia dimora era molto grande e si distribuiva su due piani; al pian terreno casa c’era un lungo corridoio pieno di quadri antichi che avevano sempre attratto la bambina ed Eleonor amava percorrerlo soffermandosi su ciascun dipinto. Le concessi il permesso di poter fare il suo giro esplorativo e rimasi a chiacchierare con mia figlia. Quel che accadde da quel momento me lo narrò Eleonor molti anni dopo.
La bambina si allontanò dal salotto e iniziò a vagare attraverso il corridoio; uno dei suoi giochi preferiti, che spesso facevamo insieme, era inventare i nomi dei personaggi raffigurati sulle tele e a fare ciao ciao con la manina.
Un quadro che non si ricordava di avere mai visto, la colpì in maniera particolare; esso raffigurava una bambina dai capelli rosso chiaro, quasi colore del grano, che teneva in mano un libro. Poteva avere cinque o sei anni, non di più.
Eleonor restò a guardarla ipnotizzata quando ad un certo punto si accorse che in fondo al corridoio c’era una lunga scalinata. Mia nipote aveva ereditato la mia stessa curiosità e senza alcun timore, decise di salirla chiedendosi dove l’avrebbe condotta. Dopo avere salito tutti i gradini, si ritrovò davanti alla porta di una stanza in cui non era mai entrata.
Dentro c’erano oggetti d’ogni genere che avevo deciso di accatastare nel tempo, tra cui vecchie bambole, una culla, uno specchio ed una spazzola adornati di seta bianca, e vari giocattoli di legno, tra cui un cavallo a dondolo. Erano oggetti appartenuti alla famiglia di Steve e di cui lui ne serbava il ricordo senza essere mai stato capace di disfarsene.
Eleonor, alla fioca luce del sole del tardo pomeriggio che filtrava dalla tettoia, li guardò uno a uno, quando qualcuno le disse: «Quel giocattolo era il mio preferito, sì quello laggiù, il mio cavallo a dondolo…”.
Era la voce di una bambina.
«E tu chi sei? », le domandò Eleonor, voltandosi di scatto.
«Quella del quadro, era tanto che volevo tornare qua, ma tu non dirlo a nessuno che sono ritornata, capito? Sarà come un segreto, anzi sarà il nostro segreto », le rispose la bambina.
«Sì il nostro segreto », disse Eleonor con la sua vocina.
«Dai provalo, vedrai ti piacerà », le disse la bambina del quadro.
Allora Eleonor salì sul cavallo a dondolo e sorridendole le domandò:
« Ora vuoi andarci tu? ».
«Non posso, sai io sono trasparente ».
«Cosa vuol dire? », le chiese mia nipote.
«Che non ho più un corpo », rispose lei.
«Ahhh », rispose Eleonor poco convinta.
«Sai, tanto tempo fa  io abitavo in questa grande casa e giocavo per ore con i miei giocattoli di legno », raccontò la bambina del quadro.
«E poi cosa è successo? », le domandò Eleonor.
«Sono caduta e sono diventata trasparente », quella le rispose.
Eleonor che aveva capito ben poco delle parole di quella bambina, era più interessata ai giocattoli e fu così che le due si misero a giocare insieme, pettinando i capelli delle bambole che sembravano essere tornati ad essere soffici come la seta.
A un certo punto Eleonor sentì la voce di sua madre che la chiamava con tono preoccupato e ne sentì i passi mentre saliva la lunga scalinata che portava alla stanza.
Allora la bambina del quadro le disse: « Devo andare via, ma tu promettimi di non svelare mai il nostro segreto! ».
Aprì la mano di Eleonor e le disse: «Ecco tieni, ora devo tornare dalla mia mamma, ma grazie di avermi fatto ricordare com’ero e quanto sono stata felice qua. Buonanotte Eleonor ».
La bambina non fece in tempo ad ascoltare le sue ultime parole, quando la porta si spalancò.
«Eccoti qua piccola peste, ma dove ti eri cacciata? », le domandò Ellie con un tono di voce preoccupato.
«Io stavo giocando.. mamma… », e così dicendo corse in braccio a mia figlia mentre  Ellie la conduceva giù dallo scalone. Allora qualcosa scivolò dalle manine della bimba cadendo a terra.
Ellie lo raccolse e le disse: « Dove lo hai trovato Eleonor, è bellissimo! ».
«Me lo ha dato… ». Eleonor stava per rispondere a sua madre, quando si ricordò del patto suggellato con la bambina della soffitta. Allora guardò il quadro affisso sul muro del lungo corridoio e le sorrise.
«L’ho trovato lassù mamma, posso tenerlo vero? », le domandò Eleonor.
«È un bellissimo cavalluccio a dondolo, così minuscolo e perfetto e intagliato nel legno. Chissà di chi era! Certo che puoi tenerlo bambina mia », rispose Ellie.
Quella sera, mia nipote, si addormentò tra le braccia di Ellie che le accarezzava gli splendidi capelli ramati mentre la stringeva più forte che mai.
Suonò il campanello e un drappello di bambini in maschera, esordì col classico:
« Dolcetto o scherzetto?». Mi spiaceva che mia nipote si fosse già addormentata, perché negli anni precedenti, era lei che dispensava le caramelle e i dolcetti che avevo preparato, al gruppo dei fantasmini.
Dispensai i doni e richiusi la porta e mi recai nella stanza dove Ellie aveva adagiato la piccola nel lettino e le diedi un bacio.
Poi tornammo nel salone e ci gustammo l’ultimo tè di quella giornata speciale, che ci aveva nuovamente riunite.

Anni dopo

Oggi la campagna inglese appare ancora più delicata e triste, come in un dipinto malinconico eseguito dalle mani un pittore.
Sono passati molti anni ed Eleonor è una splendida ragazza di vent’anni, frequenta il college e pare voglia seguire le orme paterne. Viene ancora a trovarmi, non tanto spesso come quando era bambina, ma appena le è possibile, si rifugia nella pace della campagna.
Un giorno d’autunno, mi fece una sorpresa. Aprii la porta e senza nemmeno fare in tempo ad aprirla completamente, mi ritrovai Eleonor sull’uscio mentre mi buttava le braccia al collo.
Ero così felice che non riuscivo nemmeno a parlare.
«Nonna mi prepari il mio tè preferito, per favore? », mi chiese mia nipote. Immediatamente scelsi la stessa fragranza speziata che mi ricordava il periodo natalizio e che nel tempo anche lei aveva eletto come il suo tè preferito. Il tempo di far bollire l’acqua e porre in infusione le foglie e la bevanda fu pronta.
Notai che portava al collo un piccolo cavalluccio a dondolo intagliato nel legno, era quasi minuscolo, ma era stato cesellato in maniera perfetta. Le chiesi chi glielo avesse donato e fu così che Eleonor mi disse: « La bambina della soffitta, sono tanti anni che custodisco il suo dono e il nostro segreto, però nonna, è giunto il momento di raccontarti quel che accadde in questa casa anni fa…».
Ascoltai la sua storia a bocca aperta e per un tratto rividi in Eleonor me stessa, mentre le raccontavo le storie che tanto amava; persino il suo modo di muovere le mani era il mio e mi accorsi che era diventata un’abile narratrice.
« Nonna lo so che sembra tutto frutto della mia immaginazione, ma io sono sicura di averla incontrata…».
La abbracciai senza dirle nulla e continuammo a bere il nostro tè in silenzio, gustandoci quel momento, come qualcosa di unico e speciale. Non c’era bisogno di dire nulla.
Forse avevo atteso quel momento per tutta la vita e come tanti anni prima, mi sorpresi a pensare che i momenti speciali erano sempre stati accompagnati dal tè, da una teiera finemente lavorata e di cui ne possedevo in gran numero, e dalle tazze che collezionavo da sempre.
Quando giunse la sera, Eleonor si accomiatò promettendomi che sarebbe tornata presto.
Fu allora che ebbi la sensazione che qualcosa mi attendesse da tempo. Percorsi il lungo corridoio che conduceva al solaio e sostai davanti al quadro di Margaret. Quel quadro era là da tanti anni e la raffigurava all’età di circa sette anni. Era una bambina con dei capelli rossi il cui viso mi era sempre parso triste; mio marito mi aveva raccontato anni addietro che era una sua cugina, morta piccolissima, cadendo da cavallo. Solo in quel momento mi resi conto che portava al collo un monile minuscolo e inforcando gli occhiali e sporgendomi sulle punte per vederlo meglio, mi resi conto che era lo stesso cavalluccio a dondolo che Eleonor portava al collo.
Ero felice di avere rivisto Eleonor ed ero serena perché la sua storia che aveva tenuto per se stessa per tanti anni, finalmente era stata raccontata e stasera sono qua a narrarla a voi mentre mi preparo l’ultima tazza di tè, prima che il sonno mi vinca.
Sono certa che non la dimenticherete e che a qualcuno forse verrà voglia di raccontarla perché non se ne perda la memoria.
C’è chi dice che i fantasmi non esistono, eppure in quel giorno che preludeva alla notte di Halloween, quando gli spiriti di coloro che hanno già vissuto tornano a visitare le dimore che furono loro care, Margaret era ritornata in questo mondo forse perché aveva nostalgia dei suoi giochi o forse solo dei sorrisi e dell’amicizia che solo i bambini sanno donare. Ma aveva fatto di più: aveva regalato ad Eleonor il suo cavalluccio a dondolo, un piccolo monile che lei stessa aveva portato al collo durante la sua esistenza.
*
Marge Moore morì alla veneranda età di quasi cento anni e in paese tutti se la ricordano come la signora delle storie e del tè. Il suo cottage è stato comprato dai nipoti di Mrs. Emma Wilson e oggi è diventato un magnifico store che attira amanti del tè da ogni dove e in cui è possibile trovare ogni sorta di miscela proveniente da varie parti del mondo. Eleonor, che oggi è un avvocato molto affermato, qualche volta si reca ancora a Salisbury e non manca mai di comprare il famoso tè in foglia, di cui esistono moltissime miscele, nel negozio che ora porta il nome della sua amata nonna.
 
*
Eufemia Griffo

Nella foto  che ho scelto, ci sono Margaret (così come l’ho immaginata) ed Eleonor oramai adolescente (ho cercato molte immagini e questa potrebbe essere abbastanza verosimile. Entrambe le foto provengono da Pinterest).

Premiazione del concorso letterario organizzato da Edoné, “Racconti di te, all’ora del té”

Felice, emozionata, commossa per la magnifica cerimonia appena terminata ” Racconti di tè all’ora del tè”, ideata da quella magnifica donna e maestra del tè che ho avuto l’ onore di conoscere, Marina Pasotti.
Il mio racconto ” Buonanotte Eleonor ” giunge al quarto posto in questo prestigioso concorso letterario.
Tra i premi l’antologia con tutti i racconti e una preziosa scatola di tea giapponesi. E infine la motivazione dello scrittore Claudio Bianchi che mi ha commossa profondamente.
Due attori hanno letto il mio racconto e sono scesa dal palco in lacrime, mentre il pubblico mi tributava un lungo e sentito applauso.
Emozioni, ricordi indelebili.
Un grazie sentito a tutti.

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‘ Affidandosi al vento e al cieco rumore del nulla’, un mio racconto pubblicato nella rivista Writers agosto 2017.

‘ Affidandosi al vento e al cieco rumore del nulla’
(storia ispirata al film “The last Mohicans”, del 1992 di Michael Mann. )

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Alice non era mai apparsa così bella agli occhi di Uncas, l’uomo che amava. La sua fragile bellezza rubata ad un raggio di sole, aveva ammaliato il cuore di quell’uomo che apparteneva alla Terra degli Avi e che aveva suggellato col sangue, il patto con un mondo che stava sbiadendo dietro ai colpi di carabine.
Alice era cresciuta in pochi attimi, al fiorire della primavera, come un fiore sbocciato all’improvviso all’ombra della gelida neve. Un fiore che si nutriva della luce e dell’amore che aveva incontrato nella selvaggia terra d’America. Si sentiva ancora piccola, a tratti un’infante, mentre ancora stringeva la mano di sua sorella Cora e ricordava come avvolta dalla nebbia, il profumo dei vestiti di sua madre. Per tanto tempo non aveva voluto correre e lo specchio continuava a riflettere l’immagine di un’eterna bambina.

Finché un giorno Cora le disse che sarebbero partite per l’America, in un mondo lontano e sconosciuto, affascinante e selvaggio.

Impaurita, Alice sussurrò in cuor suo “addio” alla vita perfetta che fino ad allora aveva vissuto e prese tra le piccole mani, la sua bambola Charlotte che teneva con sé fin da bambina. La vestì di tutto punto e la pettinò, annondandole il cappellino e facendo un fiocco intorno al suo viso di porcellana.

Poi guardò un’ultima volta la sua stanza e si chiuse dietro la porta e tutta la sua vita.

Ora era là davanti al precipizio, per scegliere se vivere o morire. Sotto di lei c’era il baratro e il nulla, mentre il suo amato Uncas era stato appena ucciso dallo spietato Magua. Uncas era il figlio di Chingachgook, l’ultimo della stirpe dei Mohicani. Non c’era nessun altro dopo di lui e il suo amato figlio, era stato appena ucciso in maniera spietata dal crudele capo degli Uroni.
Alice si era innamorata di lui e non aveva nemmeno potuto viverlo quell’amore, forte, impetuoso come le onde del fiume quando esso tracima e travolge ogni cosa. Quel fiume aveva spazzato via ogni cosa, tutta la sua vita precedente e lei si era scoperta capace di amare, di amare e volare libera tra le braccia forti di Uncas.

Il loro amore era stato breve, troppo breve, come una goccia di pioggia che scivola sul viso per poi solcare la pelle prima di scomparire nel nulla.

Davanti all’atroce morte di Uncas, Alice capì che non le restava altra scelta. Vivere, significava essere schiava di Magua. Morire aveva allora il gusto della libertà.

Guardando la pianura sconfinata e il cielo azzurro e limpido, si rivide un’ultima volta bambina e prese commiato da se stessa. Non aveva paura, non aveva nessun senso averne. Uncas era là ai suoi piedi, una smorfia di sorpresa e dolore impressa nel suo volto, che l’aveva guardata implorante come a chiederle “scusa”, prima di morire.

Ora era là davanti al precipizio, per scegliere se vivere o morire. Sotto di lei c’era il baratro e il nulla.

Prima che Alice lasciasse per sempre quel mondo un tempo perfetto, si accovacciò e strinse la mano di Uncas. In quel gesto così semplice, rimase impigliato per un attimo, quel che gli uomini cercano e non trovano, l’Amore Eterno. Fu solo un attimo e poi Alice scivolò nell’abisso, affidandosi al vento e al cieco rumore del nulla.

~

Eufemia Griffo 

( nell’ immagine Alice Munro – Disegno tratto da Pinterest).

 

Clicca qua per scaricare tutta la rivista

Pubblicato 28 agosto 2017 da Eufemia Griffo in racconti, Writers

Camminare…

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Camminare passeggiando: camminare lentamente “camminare per camminare”, senza una meta precisa, per divertimento, per distrarsi, lungo il mare, per sentieri, per vicoli. Passeggiare mano nella mano, camminando uno accanto all’altro, avanti e indietro, scaricando la tensione, raccontando di sé, di noi, dell’altro, di altro.
Il ritmo del passo è il pedale della memoria e ne diventa custode, perché ricordare è richiamare ciò che abbiamo serbato nel cuore ed il passo ne diventa il suo interprete.

Pubblicato 4 luglio 2017 da Eufemia Griffo in racconti, Riflessioni

La recensione al mio libro “Il fiume scorre ancora” da parte di una lettrice.

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Che dire? L’ho preso titubante, carezzando le belle immagini della copertina; ad acuire la mia già ben sviluppata curiosità, l’efficacissima prefazione e prima ancora l’omaggio alla Dickinson. Un bacio affettuoso sull’amorevole dedica che hai voluto donarci e… via! Di racconto in racconto, di lacrima in lacrima, il languore ed il dolore che diventavano reali fuori dalle pagine e si impossessavano del mio spirito. Quelle donne che penetravano la mia anima fino a far dolere il mio corpo col loro. Quei fanciulli che si fondevano con l’immagine dei miei. Ah! Quanto ho pianto al ricordo dell’insensato quanto crudele massacro dei nativi americani, come già da ragazzina infinite volte ascoltando De Andrè con la sua Fiume Sand Creek! Quanto ho sentito fin nelle ossa la disperazione profonda tanto da farti desiderare la morte delle donne abusate, dilaniate che dipingi… del resto, chi di noi non è stata in qualche modo abusata da questo mondo che ci forza in ruoli dai margini taglienti, dalla vita maestra spietata o, ancora, da noi stesse?
E che dolcezza sulla pelle dai sensi riattivati, il profumo ora del bosco, ora del mare, ora del deserto.
E poi, la fine. Inconcepibile con questa sete ancora accesa, le mani e gli occhi a cercare ancora una pagina che non c’è. Un solo pensiero: ancora! Due ore sulle ali del sogno. A quando il prossimo? E nel frattempo, ogni racconto da riprendere, questa volta a piccoli sorsi pazienti, senza la cupidigia della prima lettura.
Grazie, cara che mi onoro di chiamare Amica.
Con affetto ed ammirazione
Manuela

Writers n. 12 sul tema dell’amicizia

Onorata e felice di fare parte del nuovo numero della rivista Writers.
Un magazine ricco di contenuti, racconti da leggere, sfogliare e assaporare.
Questa volta abbiamo trattato il tema dell’ amicizia e io sono presente con due racconti:
” A te che vivi nei miei ricordi” e ” Fiori di Sakura”.
Grazie alla nostra direttrice Elena Brilli per l’ ottimo lavoro che svolge ad ogni uscita della rivista.
Buona lettura

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Clicca sul link qua sotto per il download

https://drive.google.com/file/d/0B36h81sAzbS9YXJUTTZ2V1JtYUE/view

Pubblicato 27 marzo 2017 da Eufemia Griffo in racconti, Rivista on line, Senza categoria

Buonanotte Camilla, un mio racconto pubblicato nel libro “E dopo?” della casa editrice Le Mezzelane – Gennaio 2017

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Camilla Harris aveva quasi sei anni e portava i lunghi capelli rossicci raccolti in trecce che la mamma le faceva ogni mattina. Il suo viso delizioso ricordava l’angioletto che adornava il servizio buono di caffè di sua nonna Lavinia, romana di nascita. Camilla ogni tanto si rigirava una delle tazzine tra le mani e ridendo diceva “Questa sono io!”. Era la più coccolata in famiglia anche perché il sorriso della bambina apriva il cuore delle persone.
Camilla abitava nel Derbyshire insieme a sua madre Costanza e a suo padre Daniel. Costanza, aveva lasciato l’Italia anni addietro e insieme all’uomo che era diventato suo marito, inglese di nascita, aveva aperto un B&B nel Derbyshire, dove il fiore all’occhiello era il pane che impastava e preparava secondo la ricetta di sua madre Lavinia. Nella contea dove abitavano era risaputo che la donna sfornava un pane buonissimo e nel tempo, la famiglia Harris, era diventata famosa nella zona e il B&B attraeva molti avventori.
Venivano apposta per comprare il pane di Lady Costance, così come la chiamavano gli inglesi.
Lavinia, aveva quasi novant’anni, ma la vita era stata clemente con lei e godeva di ottima salute. La sua passione era sempre stata quella di preparare il pane e negli anni della guerra, lasciata Roma e trasferitasi ad Amatrice con i suoi genitori e fratelli, lo impastava e lo cuoceva nel forno di famiglia e lo regalava agli abitanti di Amatrice sfamando intere famiglie. Una notte, un bombardamento aveva distrutto la sua casa e con essa il forno, ma dopo i disastri del conflitto bellico, la donna aveva avuto il coraggio di iniziare tutto da capo e aveva aperto un forno tutto suo. Negli anni la sua panetteria, era diventata famosa fino a Roma, dove era nata. Ogni notte, quasi all’alba, era accanto al figlio minore a preparare il pane per gli abitanti di Amatrice.
Lavinia aveva gli stessi capelli rossi di sua nipote Camilla: la sua bellezza da giovane aveva incantato tanti uomini, ma solo uno aveva fatto breccia e se l’era sposato. Si chiamava Antonio ma era morto quando Lavinia aveva appena quarant’anni e da allora la donna aveva dedicato l’intera vita ai suoi sette figli e al forno che sfornava pane ogni notte.
Tutti i figli di Lavinia avevano ereditato la passione per la cucina: su tutti eccelleva Costanza, la mamma di Camilla, che fin da piccola aveva coltivato il sogno di andare lontano, di vedere tanti posti nuovi dove fare conoscere la cucina e soprattutto il pane di sua madre e tutto quello che negli anni le aveva insegnato. Le era costato molto lasciare l’Italia, ma a vent’anni aveva già fatto la scelta che le avrebbe segnato la vita e quando giunta in Inghilterra, nel Devon, aveva incontrato Daniel, Costanza aveva capito che quel viaggio era stato un segno del destino.
Camilla era nata da un matrimonio felice e le era stato insegnato fin da piccola, a parlare la lingua italiana insieme a quella inglese. La bambina aveva un carattere solare ereditato da sua nonna, l’intelligenza di sua madre e la precisione di suo padre: un mix che nel tempo, diceva Lavinia, le avrebbe regalato fortuna e forse fama. Erano sogni, tanti sogni, destinati un giorno a fiorire, andava ripetendosi Lavinia, pensando a sua nipote.
L’amava talmente tanto che contava i mesi, i giorni, le ore che la separavano dall’abbracciare la bambina; da quando era nata, una nuova luce si era accesa nella sua vita e si sentiva ancora forte e coraggiosa, malgrado quasi un secolo di vita alle spalle.

Era l’inizio di Agosto 2016 e come ogni anno, Camilla si accingeva ad arrivare ad Amatrice per trascorrere giorni felice e spensierati. Il paese era splendido e le case arroccate sui monti, erano così diverse da quelle del posto in cui abitava con i suoi genitori. Camilla si divertiva durante il viaggio in aereo, a disegnare i cottage inglesi e a regalare a sua nonna fogli e fogli pieni di colori e fantasia, dove su ciascuno spiccava la sua chioma rossa e il suo sorriso solare. In ogni disegno Camilla ritraeva se stessa e la sua famiglia, insieme alle valigie che li avrebbero accompagnati ogni anno ad Amatrice.
Quando si approssimavano ad arrivare in Italia, Camilla cambiava soggetto e
iniziava a disegnare i monti su cui sorgeva il paese di Amatrice che tanto amava.

“Evviva!”, aveva esclamato nonna Lavinia, mentre le vide scendere dalla macchina che avevano noleggiato. Se l’era strette al cuore e poi guardando Camilla che ora aveva un anno in più, si era avvolta del profumo buono dei bambini, che aveva sognato per quasi un anno.
Daniel, disse Camilla pensando a suo padre, le avrebbe raggiunte qualche giorno prima della fine di Agosto, per poi ricondurle in Inghilterra.
Amatrice in quei giorni di sole, appariva ancora più bella e delicata: quello splendido paesaggio da cartolina, sembrava uscito da un quadro.
Lavina aveva preparato tutto a puntino per l’arrivo di Camilla e Costanza e aveva decorato la casa con fiori profumati che aveva sistemato in tanti vasi colorati, posizionati ovunque per rendere ancora più gioiosa l’atmosfera.
La bambina non si staccava un attimo da sua nonna e la tormentava con mille domande che le faceva di continuo, mentre Lavinia sorridendo, cercava di esaudire ogni singola curiosità. Tuttavia il momento che amava maggiormente era quando sua nonna la metteva a letto e le raccontava le storie, le mille storie, spesso inventate da lei. La voce di Lavinia appariva sicura, magica, le recava pace e serenità e la conduceva per mano nei mondi delle fiabe e delle favole. Là Camilla diventata una principessa oppure un cavaliere in armatura, o una strega cattiva che tormentava i bambini.
Quella notte Lavinia si addormentò accanto alla bambina, tenendole strette le piccole mani.

Era passato quasi un mese dall’arrivo di Camilla e di Costanza: era stata un’estate luminosa e anche quella notte il cielo era pieno di stelle.
Erano quasi le tre del 24 Agosto e mancava poco all’alba. Camilla si alzò dal suo lettino per prendere una bambola e stringersela a sé. Non aveva paura di rimanere sola, la mamma le aveva insegnato ad essere una bimba coraggiosa.
Tuttavia dopo un po’ decise di raggiungere Costanza e aprendo la porta della sua stanza, sgusciò dentro senza fare rumore, si arrampicò sul letto e le diede un bacio lieve sul viso.
Guardandola a lungo, si sorprese a constatare quanto sua madre fosse bella.
“Un giorno diventerò come te, mamma”, le sussurrò in un orecchio, senza farsi sentire.
Poi arrivò fino alla camera della nonna che quella notte era ancora sveglia e rendendosi conto della presenza della bambina, disse: ”Camilla, piccola, che ci fai ancora alzata? Vieni qua, stai con me stanotte”. Camilla si era accorta che la nonna non aveva il solito volto sorridente e le chiese: “Nonna sei triste?”.
Lavinia rispose: “ Stanotte le stelle non sono luminose come le altre volte”.
Camilla guardò sua nonna interrogandosi sulla sua affermazione, ma senza dire nulla, approfittò del suo invito e si infilò nel lettone.
Lavinia se la strinse forte al cuore dicendole: “Camilla, ti voglio così tanto bene, buonanotte Camilla…”.
Da quel momento non si erano lasciate più, mai più.
~
Giorni dopo il terremoto che aveva colpito Amatrice e molti altri comuni limitrofi, aveva avuto un’eco straordinaria in ogni parte del mondo. Sembrava che tutto si fosse fermato per raccontare il dramma di tante persone che erano state sepolte dalla violenza della terra. Essa continuava a tremare ogni giorno e qualche volta, restituiva al cordoglio di coloro che erano ancora vivi, un ricordo, un giocattolo, un vestito, un pezzo del passato che ora non esisteva più.
Lavinia, Camilla e Costanza erano rimaste nella loro casa dei sogni: la nonna era stata ritrovata abbracciata alla bambina. Costanza era stata rinvenuta con le mani a coprirsi il volto. Tutte e tre senza vita.
Daniel era accorso dall’Inghilterra e aveva aiutato a scavare tra le rovine della casa, con la speranza di trovarle vive, ma era stato tutto inutile.
Seduto sulle macerie della casa di Lavinia, andava ripetendosi: “E dopo?”, mentre le ore trascorrevano lente senza regalare più nemmeno un barlume di speranza.
“E dopo?”, si chiedevano le persone scampate al terremoto, che la morte aveva risparmiato e che ora avevano il compito di iniziare a ricostruire interi paesi, intere generazioni di persone cancellate dalla furia della terra.
E dopo, quel che resta, sono i ricordi, i mille ricordi, come i fiori profumati che Lavinia amava così tanto e che coloravano la sua casa, ogni estate, quando Camilla tornava a giocare e a rincorrere quella felicità che ora era diventata solo un’ombra.
E dopo, ciò che rimane sono i ricordi delle persone che non ci sono più, come Camilla, Lavinia e Costanza, di cui questa storia inventata, ha raccontato il loro ultimo giorno, lo stesso di molte persone realmente esistite, che avevano nomi diversi dalle tre protagoniste di questa storia, ma che come loro, sono volate via tra le stelle in una notte di fine agosto.
Abbiamo il dovere di raccontare le loro storie, le loro vite, perché solo la memoria ne serberà per sempre il ricordo, perché ci sia sempre un “dopo”, per coloro che avranno avuto in sorte, di continuare a vivere.

Eufemia Griffo

Questo racconto fa parte del libro “E dopo? “. Un libro in formato e book, edito dalla casa editrice “Le Mezzelane”, a cui ho preso parte con questo racconto.  Un libro ricchissimo di racconti di scrittori da ogni parte dell’ Italia, i cui proventi saranno devoluti alla ricostruzione della biblioteca di Pievetorina (Mc).
Lo trovate anche su Amazon cliccando qua:
https://www.amazon.it/dp/B01N31DNLU/ref=sr_1_9…
Grazie alla direttrice di Le Mezzelane Rita Angelelli e a tutti gli Autori presenti nella raccolta.

 

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Pubblicato 30 gennaio 2017 da Eufemia Griffo in Libri, racconti, Senza categoria

Il fiume scorre ancora”, il mio nuovo libro di racconti

Ed eccolo finalmente tra le mie mani. Il mio libro di racconti su cui ho lavorato per moltissimo tempo e che ha visto la luce, grazie alla scrittrice Franca Turco che ha curato l’editing, a Davide Beni che ha impaginato l’opera e seguito ogni dettaglio tecnico e a Mariachiara Rossetti che lo ha impreziosito illustrando la copertina con ” La dea del fiume” e una delle pagine interne.
Ringrazio chi lo ha già prenotato e gli amici che in questi giorni lo hanno già ritirato. 

Il libro “Il fiume scorre ancora”, si può acquistare sul sito Youcanprint,
http://www.youcanprint.it/…/il-fiume-scorre-ancora-raccolta…
oppure inviandomi un messaggio tramite e mail:

eufemia_g@live.it

Sul sito il costo è di euro 13 (non comprensivo delle spese di spedizione). Invece prenotandolo a me personalmente il costo è di euro 13 (comprensivo delle spese di spedizione, segnalibro/cartolina omaggio e dedica).
Grazie a tutti voi

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Pubblicato 7 gennaio 2017 da Eufemia Griffo in Libri, racconti, Senza categoria