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Come un aquilone, un mio racconto pubblicato sul numero di novembre, della rivista Writers.   Leave a comment

 

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Pomeriggio d’autunno, uno dei tanti lungo la Senna che fluiva incessante nel suo scorrere immutabile ed eterno.
Ne aveva viste di cose la Senna e quella sera ascoltava, come faceva da sempre, la solitudine di una donna appoggiata al ponte mentre guardava la pallida luce della luna che si specchiava nelle acque scure.
Un bateau-mouche passò e il movimento delle onde, interruppe per un attimo il flusso dei pensieri di Silvye.
La donna ripensò agli ultimi giorni della sua vita: una donna spezzata come in quel famoso romanzo di Simone de Beauvoir. Strano come quel libro che le era tanto piaciuto anni prima ora sembrava essere così perfetto per definire ciò che la sua vita le sembrava essere in quel momento. Non piangeva Silvye anche se aveva la sensazione che mille rovi le trapassassero l’anima facendole dimenticare persino il sapore delle lacrime. Ripensandoci, non riusciva nemmeno a ricordare l’ultima volta che si era sentita felice. L’uomo che aveva così tanto amato, se ne era andato via, lontano. Aveva scelto la fama e il successo e lei non se l’era sentito di lasciare la sua vita, così semplice al confronto di quella di Antoine, per seguirlo e iniziare tutto da capo. Antoine era rimasto del tutto indifferente al suo amore e a tutto quel dolore che l’aveva avvolta.
Possibile, che in tutto quel tempo, non si era mai accorta di quanto lui fosse già così lontano? L’amore può diventare così cieco al punto da ottenebrare la visione della realtà?
Appoggiò il suo viso sulle braccia quando qualcosa attirò la sua attenzione.
Un aquilone volava sulla Senna accarezzando col suo moto colorato i contorni bui della notte, librandosi nell’aria fredda di quella sera d’autunno e descrivendo col suo volo obliquo, una danza gioiosa che strideva con le mille sensazioni che Silvye portava nel cuore. La luce di un lampione ne lasciava intravedere i colori del sole.
Il suo sguardo fu così catturato dalle mille acrobazie che l’aquilone sembrava disegnare sulla volta del cielo di Parigi tanto che chiuse gli occhi e si immaginò di volare in quell’infinita vastità come l’aquilone dai colori del sole e di essere libera come lui.
Bastava lasciare il filo…e pffffff, anche Silvye sarebbe volata via, forse senza una meta e senza confini, danzando con le stelle e chiedendo alla luna di illuminare la sua anima inaridita dal buio di quei giorni.
Poi Silvye riaprì gli occhi e vide solo un fiume che da sempre sussurrava parole con la sua bella voce e che nemmeno tutti i secoli del mondo avrebbero potuto invecchiare. Quel lento ondeggiare della Senna, per un attimo la fece sentire serena e la donna riassaporò quella pace e quella serenità che le mancavano da tempo e guardando l’antico fiume, come se fosse un vecchia amico gli sussurrò: « Grazie!»
Quella sera si sentì forte abbastanza per riprendere in mano i fili della vita a e come un aquilone si immaginò di solcare i cieli e correre verso una nuova meta. Quel momento le sembrò semplicemente perfetto per varcare i cancelli della speranza e come un aquilone, si disse, doveva provare di nuovo a volare.

***

 

Eufemia Griffo – Writers, Novembre 2017

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Pubblicato 14 novembre 2017 da Eufemia Griffo in racconti, Writers

Writers – Novembre 2017   Leave a comment

Ė on line la rivista Writers che dedica questo numero all’indifferenza nei rapporti umani. Sono presente con due racconti ” Come un aquilone” ( pagina sei) e ” Il mare in inverno” ( pag. 12).
Un sentito ringraziamento alla direttrice del magazine Elena Brilly e complimenti a tutti gli scrittori che hanno partecipato a questo numero così ricco.

 

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https://drive.google.com/file/d/1J6i0_tz6pnd0DKyA9foPQRoiF-qGeimJ/view

Pubblicato 13 novembre 2017 da Eufemia Griffo in Senza categoria, Writers

‘ Affidandosi al vento e al cieco rumore del nulla’, un mio racconto pubblicato nella rivista Writers agosto 2017.   Leave a comment

‘ Affidandosi al vento e al cieco rumore del nulla’
(storia ispirata al film “The last Mohicans”, del 1992 di Michael Mann. )

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Alice non era mai apparsa così bella agli occhi di Uncas, l’uomo che amava. La sua fragile bellezza rubata ad un raggio di sole, aveva ammaliato il cuore di quell’uomo che apparteneva alla Terra degli Avi e che aveva suggellato col sangue, il patto con un mondo che stava sbiadendo dietro ai colpi di carabine.
Alice era cresciuta in pochi attimi, al fiorire della primavera, come un fiore sbocciato all’improvviso all’ombra della gelida neve. Un fiore che si nutriva della luce e dell’amore che aveva incontrato nella selvaggia terra d’America. Si sentiva ancora piccola, a tratti un’infante, mentre ancora stringeva la mano di sua sorella Cora e ricordava come avvolta dalla nebbia, il profumo dei vestiti di sua madre. Per tanto tempo non aveva voluto correre e lo specchio continuava a riflettere l’immagine di un’eterna bambina.

Finché un giorno Cora le disse che sarebbero partite per l’America, in un mondo lontano e sconosciuto, affascinante e selvaggio.

Impaurita, Alice sussurrò in cuor suo “addio” alla vita perfetta che fino ad allora aveva vissuto e prese tra le piccole mani, la sua bambola Charlotte che teneva con sé fin da bambina. La vestì di tutto punto e la pettinò, annondandole il cappellino e facendo un fiocco intorno al suo viso di porcellana.

Poi guardò un’ultima volta la sua stanza e si chiuse dietro la porta e tutta la sua vita.

Ora era là davanti al precipizio, per scegliere se vivere o morire. Sotto di lei c’era il baratro e il nulla, mentre il suo amato Uncas era stato appena ucciso dallo spietato Magua. Uncas era il figlio di Chingachgook, l’ultimo della stirpe dei Mohicani. Non c’era nessun altro dopo di lui e il suo amato figlio, era stato appena ucciso in maniera spietata dal crudele capo degli Uroni.
Alice si era innamorata di lui e non aveva nemmeno potuto viverlo quell’amore, forte, impetuoso come le onde del fiume quando esso tracima e travolge ogni cosa. Quel fiume aveva spazzato via ogni cosa, tutta la sua vita precedente e lei si era scoperta capace di amare, di amare e volare libera tra le braccia forti di Uncas.

Il loro amore era stato breve, troppo breve, come una goccia di pioggia che scivola sul viso per poi solcare la pelle prima di scomparire nel nulla.

Davanti all’atroce morte di Uncas, Alice capì che non le restava altra scelta. Vivere, significava essere schiava di Magua. Morire aveva allora il gusto della libertà.

Guardando la pianura sconfinata e il cielo azzurro e limpido, si rivide un’ultima volta bambina e prese commiato da se stessa. Non aveva paura, non aveva nessun senso averne. Uncas era là ai suoi piedi, una smorfia di sorpresa e dolore impressa nel suo volto, che l’aveva guardata implorante come a chiederle “scusa”, prima di morire.

Ora era là davanti al precipizio, per scegliere se vivere o morire. Sotto di lei c’era il baratro e il nulla.

Prima che Alice lasciasse per sempre quel mondo un tempo perfetto, si accovacciò e strinse la mano di Uncas. In quel gesto così semplice, rimase impigliato per un attimo, quel che gli uomini cercano e non trovano, l’Amore Eterno. Fu solo un attimo e poi Alice scivolò nell’abisso, affidandosi al vento e al cieco rumore del nulla.

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Eufemia Griffo 

( nell’ immagine Alice Munro – Disegno tratto da Pinterest).

 

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Pubblicato 28 agosto 2017 da Eufemia Griffo in racconti, Writers