Il canto della Fata, a cura dell’Argolibro

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“Le fairies nella letteratura di William Butler Yeats”, articolo di Eufemia Griffo pubblicato nel libro “Il canto della Fata” vol. 2 a cura di Argolibro e oggetto del convegno tenutosi ad Agropoli, il 22 Febbraio 2015.

L’Irlanda è una terra che si estende lungo territori sostanzialmente ostili, circondata dal mare e dall’Oceano Atlantico; essa è esposta alla furia dei venti, delle correnti e al volere della natura. Questo ha contribuito a dar vita ad una civiltà che ha vissuto in forte contatto con l’ambiente ed è in questo contesto che nasce la fiaba e ha come scopo quello di superare le paure che i fenomeni naturali ostili potevano suscitare. La fiaba ha altresì trasformato i fenomeni naturali in personaggi, quali gli spiriti, i folletti, le fate, gli gnomi, i goblin e i leprecauni. In questo saggio dunque non parleremo solo di Fate, ma di Fairies, vocabolo che comprende e intende trattare la totalità del popolo fatato. In un territorio avvolto dall’oscurità per la maggior parte del giorno, folletti e fate potevano “illuminare” gli animi e confortarli e allo stesso tempo, i folletti potevano avere le caratteristiche dell’oscurità, del pericolo e del malvagio. La magia scaturiva soprattutto nelle ore notturne quando questi esseri si palesavano attraverso il racconto della fiaba ed è proprio questo mondo che ritroviamo nelle fiabe irlandesi che ancora oggi possiamo leggere grazie a studiosi che le hanno selezionate, trascritte e tramandate. Tra questi annoveriamo William Butler Yeats (1865 – 1939) con la sua raccolta“Fairy and Folk Tales of the Irish Peasentry” (1888) ovvero “Fiabe e racconti popolari della campagna inglese”.
William Butler Yeats non è stato solo uno dei grandi poeti del nostro secolo, ma anche un accanito cultore delle tradizioni irlandesi e un polemico rivendicatore dell’immaginazione magica nel cuore della nostra civiltà meccanica. A tal proposito ha dedicato ai racconti popolari della sua terra un prolungato lavoro di ricerca e di trascrizione. Le sue raccolte folkloristiche denotano una scrittura piena di vivacità e di calore e di poesia, sia che Yeats racconti un semplice episodio di apparizione paurosa, una credenza locale bizzarra, sia che narri un’elaborata vicenda visionaria e incantata. La lettura risulta essere sempre varia e trova spunti di divertimento a ogni pagina.
Yeats fece anche un’applicazione classificatoria e sistematica del popolo fatato che gli permise di mettere ordine tra i tantissimi personaggi che popolano le fiabe, poiché il folklore irlandese è gremito d’una folla di presenze soprannaturali che discendono in linea diretta dall’antico paganesimo celtico e che si mescolano coi diavoli e coi santi delle leggende cristiane in una continuità fantastica atemporale, radicata ai prati e alle pietre della verde isola irlandese.

“Fiabe irlandesi” di William Yeats

Poco più di un secolo fa, William Butler Yeats, la maggiore voce poetica di lingua inglese del Novecento, riuniva per la prima volta nelle due raccolte “Fiabe e racconti popolari delle campagne irlandesi” (1888- Fairy And Folk Tales Of The Irish Peasantry”,) e “Fiabe irlandesi” (18921892 da ”Irish FairyTales”), le favole e i racconti dei più grandi scrittori del suo paese, tra cui Thomas CroftonCroker, Lady Wilde (madre di Oscar), William Carleton, Douglas Hyde, che seppero ben interpretare la tradizione narrativa popolare inglese. Trattasi quindi di una panoramica sul folklore irlandese, popolato da spettri, folletti, streghe, diavoli, giganti, gatti magici e druidi
Dal corpus fiabesco riunito da Yeats, si respira l’essenza dell’Irlanda.
Come si evince dalle lettere del poeta di questo periodo, dietro alla riscoperta della fiaba c’è come scopo quello di dare ai poeti irlandesi, i temi e le ambientazioni per le loro opere: la fiaba si palesa dunque come Musa ispiratrice dei poeti della sua terra.
Egli sognava una letteratura nella quale scomparissero le barriere tra la fantasia del singolo artista e quella del popolo come entità collettiva, e disprezzava coloro che si interessavano al folklore con mentalità scientifica, definendoli “individui che elencano fiabe come il listino prezzi dei generi alimentari”. Egli credeva veramente al mondo delle fiabe e alle fate, affermava persino di aver incontrato di persona la cosiddetta “carrozza della morte”, con i quattro cocchieri e i cavalli senza testa, inoltre raccontava con molta serietà di essere stato trasportato in aria dalle fate per quattro miglia nei dintorni di Sligo.
Il libro che meglio permette di comprendere l’atteggiamento di Yeats nei confronti delle fiabe è “The CelticTwilight”, del 1893: non è né una vera e propria raccolta di fiabe, come lascerebbe supporre la cena iniziale con il raccontastoriePaddyFlinn della contea di Sligo, né un abbozzo letterario di temi folkloristici, bensì un “diario introspettivo che si basa sulle credenze popolari , sulla forza ed il potere delle fate”. Questo aspetto si correla anche alla stessa infanzia dello scrittore se si pensa che le più importanti impressioni infantili del poeta risalgono alle visite ai nonni e ai parenti nei dintorni di Sligo, un ambiente ancora oggi intriso di reminescenze mitologiche, di superstizioni popolari, di fiabe e di tradizioni popolari. Dunque c’è una stretta relazione tra le opere di Yeats, la sua coscienza mistica e determinati temi del folklore irlandese.

Classificazione del mondo fatato secondo Yeats

Secondo lo scrittore inglese, la tradizionale suddivisione medievale in silfidi, gnomi, ondine e salamandre, qua non ci servirà. Questa di cui parla Yeats e che si palesa nelle fiabe irlandesi è una dinastia differente.

I medici fatati o dottore dei folletti.
Si racconta che in Irlanda ci sono i rapimenti da parte della “piccola gente” o “popolo dei folletti”, esseri alti una spanna che fanno burle e dispetti e che possono rapire bambini dalla culla sostituendoli con i loro rampolli grinzosi come vecchi decrepiti. I medici fatati o dottore dei folletti (di cui Yeats ci parla nel “Crepuscolo celtico”), sono invece persone dotate di un particolare dono di veggenza, i quali usano vigilare sull’uscio delle case nelle notti più “critiche”, ovvero quelle dove il piccolo popolo appare più inquieto:
“Qualora ci sia nei dintorni un neonato o una sposina, i ‘dottori’ scruteranno con maggior cura del solito, perché la truppa ultraterrena non sempre se ne torna a mani vuote. Certe volte una sposina o un neonato vanno con loro dentro le montagne; la porta si richiude alle loro spalle, e da quel momento in poi la sposina e il neonatomuovono i primi passi nell’esangue contrada del Regno fatato”.

Esseri fatati e socievoli
Sono le sheoques (Sidheog in irlandese, ossia piccola fata) e sono generalmente di piccole dimensioni quando le si vede per la prima volta, ma appaiono poi di normale altezza quando se ne viene affascinati.
Si dividono in sheoque, ossia fate di terra e in merrow,fate d’acqua. Queste fate socievoli sono in generale buone, anche se a volte sono litigiose, ma hanno la cattiva abitudine di rapire bambini e lasciare al loro posto una fata avvizzita e secca di mille o forse duemila anni fa. A volte rapiscono donne e uomini adulti. Si racconta inoltre che secondo gli antichi resoconti gaelici, le fate sono invece molto tristi per Ognissanti e la prima notte d’inverno.

Esseri fatati solitari
Il più conosciuto tra questi è il Leprechaun, il cuinome deriva dal gaelico “leathbhrogan” che significa “calzolaio”, attività che la piccola creatura svolge magistralmente. Bisogna aggiungere che, tra il nutrito popolo degli elfi, degli gnomi e folletti, il leprecauno è l’unico che ha un lavoro e tra i suoi clienti, le fate. Ha l’incarico di custodire i tesori, di solito monete d’oro, in pentole d’oro collocate alla fine dell’arcobaleno. Tuttavia capita spesso che egli approfitti di un sorso di potcheen(trattasi di un liquore tipicamente irlandese) e che sia difficile trovarlo sobrio. E’ piccolo, con vestiti verdi ed un cappello con fibbia, con barba rossa, una pipa in terracotta e scarpe con fibbia.
Il pooka sembra appartenere alla famiglia degli incubi, non appare mai in forma umana e si presenta nelle sembianza di cavallo, toro, capra, aquila. Il suo divertimento consiste nel correre attraverso fossi , fiumi e montagne e di prendere possesso di un cavaliere che lui spinge a correre attraverso fiumi e boschi fino ad abbandonarlo all’alba.
Il Dullahan, invece è un fantasma raccapricciante, non ha testa o la porta sottobraccio (vedi Nick-Quasi-Senza-Testache è un fantasma della scuola di Hogwarts della saga di Harry Potter), spesso lo si è visto condurre una carrozza nera che è trainata da cavalli senza testa.
La SheeLeanhaun (in irlandese Leanan-Sidhe o Lan-awn; shee, cioè fata amante) cerca l’amore degli uomini. Se essi rifiutano lei diventa loro schiava, se essi accettano diventano suoi e possono sfuggirle solo trovandone un altro al loro posto. E’ la musa dei poeti gaelici ma essendo una fata malvagia, o suoi amanti poeti sono tutti morti.
Yeats inoltre ci porta alla conoscenza di altri esseri fatati solitari come gli Spiriti domestici e i Water Sheerie e molti spiriti di animali, come l’Anghiska, il cavallo acquatico e il Pashta ovvero il drago lacustre, un guardiano di tesori nascosti e la Banshee.Il nome gaelico “bean-sidhe”,da ban – donna- eshee -fata, indica una fata, ossia una creatura che, secondo la leggenda, è un angelo caduto.
Figura lugubre, il cui sinistro ululato annuncia la morte imminente di un membro delle cinque casate anticamente più rinomate d’Irlanda: O’Neill, O’Grady, O’ Brien, O’Connor e Kavanagh. Si presenta avvolta da un lungo mantello grigio con cappuccio (può assumere però anche l’aspetto di una fanciulla gentile o di una matrona); è conosciuta in alcune zone d’Irlanda come “bean-nighe” cioè “lavandaia”, in quanto è stata spesso vista nell’atto di lavar via le macchie di sangue dagli abiti di coloro che stanno per morire.
Le fate irlandesi hanno l’abitudine di sostituire i loro neonati (brutti e deformi, spesso zoppi e gobbi) con neonati umani più belli d’aspetto. Il sostituto, così abbandonato viene chiamato changeling; eglinon ha vita lunga, ma nei suoi pochi anni ne combina veramente parecchie. Strilla e piange di continuo, una fame insaziabile, e, soprattutto, con la tendenza ad attirare la sfortuna e le disgrazie sulla casa dei malcapitati genitori adottivi. In compenso sa suonare magistralmente il flauto di latta o la cornamusa irlandese.
I goblinsono di carattere malvagio, sono spesso dei ladri e tra i loro compagni di avventure ci sono i morti. Si presentano spesso con aspetto bestiale. Usano frutti proibiti del regno delle fate per attirare le loro vittime. I goblin sono rappresentati come piccole creature, simili all’uomo, dalla pelle marrone chiaro, ma che può variare dall’arancio al rosso scuro, e dai lineamenti appuntiti. Si presentano spesso in gruppo a cavallo di mostruosi pipistrelli, felici di lanciare zucche marce alle povere vittime.

“Una volta, scrive Yeats, le nazioni celtiche adoravano gli dei della luce, chiamati in Irlanda Tuath– de– Danan, corrispondenti a Giove e al suo seguito, e gli dei delle tenebre corrispondenti ai Titani di Saturno. Tra le fate socievoli ci sono molti dei della luce; forse un giorno potremo imparare a riconoscere gli dei delle tenebre tra le fate solitarie” e distinguerli dai luminosi Tuath-de-Danan , leggendario popolo delle tradizioni celtiche d’Irlanda.

Bibliografia
“FiabeIrlandesi”, di William Butler Yeats;
“Il crepuscolo celtico”, di William Butler Yeats;
“La Dea Bianca”, di Robert Graves;
“Il Codice dell’Anima”, di James Hillman;
“Fate”, di Brian Froud e Alan Lee.
Fonti dal web: wikipedia.

pubblicato 3 marzo 2017 da Eufemia Griffo

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